hiphop

Confesso che ho molto peccato (e se trovo Hip Hop ne combino un’altra)

Ognuno nella propria vita ha degli scheletri nell’armadio di cui si vergogna a morte. Anche io ne ho alcuni e me ne vorrei liberare. Anche perché iniziano a prudermi le mani a vedere i muri imbrattati da Hip Hop. Forse è meglio non trovarcelo mai.

Pronti? Via!

Una volta ho rubato un tergicristallo perché me lo avevano rubato a me (ma dopo 10 minuti mi sono pentito e l’ho rimesso dove l’avevo preso).

Una volta ho trangugiato tutti i tramezzini di un happy hour non lasciando niente agli altri avventori.

Una volta non mi sono fermato a uno stop, un camion mi ha portato via il paraurti e sono fuggito perché il camionista era grosso.

Una volta ho suonato i campanelli e me ne sono andato a passo svelto.

Una volta ho chiesto a un ristorante di non farmi lo scontrino.

Una volta ho preso 6- a latino e ho detto a casa che avevo preso 6.

Una volta mi sono impantanato a Belcaro con una che era fidanzata (non  con me, con uno che conoscevo).

Una volta ho detto a mio padre che avevo fatto le cinque di notte per aspettare che facessero il pane.

Una volta ho fatto la pipì dentro una scarpa di una cameriera della Prova Generale mentre lei stava servendo ai tavoli.

Una volta ho telefonato alle suore di San Francesco e ho bestemmiato.

Ma non mi è mai passato per il cervello di riempire i muri della mia città con la scritta Hip-Hop. Che tra l’altro fa anche cagare.

tutto sommato

Tutto sommato: la vita è un millefoglie

“Tutto sommato” mi ha sempre fatto abbastanza cacare. E’ cedere comunque ad un compromesso, tutto sommato. Tutto sommato di che? Vuoi mettere la potenza di “decisamente” o “di sicuro”?

Tuttavia, analizzando bene il significato profondo di “tutto sommato”, sono arrivato alla conclusione che, tutto sommato, anche “tutto sommato” ha un suo perché.

Per capirlo basta vedere la vita come un millefoglie o come una lasagna. Il sapore lo devi valutare “tutto sommato”.

Perché se si separano gli strati e si analizzano i sapori uno per uno, ci sta che tu becchi proprio il gusto che non ti piace; magari ti ritrovi in bocca un chicco di uvetta che ti fa schifo o una boccata di mascarpone che se lo mangi a cucchiaiate da solo, stucca. Invece, se lo valuti tutto sommato, il millefoglie, anche l’uvetta e il mascarpone trovano una loro ragione d’essere.

Mi è capitato di avere dei periodi bui che, tutto sommato, alla fine, sono serviti. Come l’alchermes: da solo è un liquore imbevibile ma se lo metti insieme alla ricotta e alle scaglie di cioccolato, tutto sommato, ti accorgi che senza alchermes, quel dolce fatto di tante sfoglie diverse con sapori buoni e meno buoni, non saprebbe di niente.

Nella vita ci sono giornate in cui fai le somme. Ieri per me è stata una di quelle.

Che vi devo dire: tutto sommato sono felice.

Carlino Carlo castellani

Carlino, il Re delle Linguacce

Per quanto possa essere bravo a recitare, un goliardo vero la parte del goliardo non la recita mai. Lo è e basta, fino all’ultimo. Carlo Castellani detto Carlino, la Goliardia ce l’aveva dentro con tutti i suoi colori: la comicità, la buffezza, l’ironia, il romanticismo, il sarcasmo, il cinismo, il gusto per la risata facilissima e per quella altamente sofisticata, la modernità e il classicismo, il rock, il rap, il jazz e lo swing, il buon gusto e il disgusto.
Una persona composta da sfaccettature così antitetiche che anche i suoi incisivi andavano uno da una parte e uno dall’altra.

Se è stato il tuo regista non puoi non ricordare il ritorno a casa dopo i ritrovi a scrivere: mentre ti toglievi il maglione per andare a letto, sentivi l’odore di un incendio in tabaccheria. Me non puoi dimenticare le risate che si facevano a vederlo spiegarti tutti i personaggi, fatti da lui che aveva una mimica da saltimbanco della commedia dell’arte. Totò, Dario Fo e Crozza messi insieme ma senza la spocchia di un premio Nobel o di un attore strapagato.

Quando andò in pensione pubblicò una foto su Facebook mentre timbrava il suo ultimo cartellino in mutande: era la sua parodia di quei furbetti che lo facevano a Sanremo senza scherzare.
Lo trovai alcuni giorni dopo e mi disse: “Te lo immagini, ora mi danno lo stipendio per non fare una sega…”
La sua nuova condizione di pensionato non lo convinceva mica tanto. Piuttosto che invecchiare è meglio perfino andare a lavoro, pensa un po’.
Per uno che ha macinato serate a fare tardi una dietro l’altra, come fossero sigarette, dover smettere di fumare è un bel contrappasso.

Lo abbiamo brontolato quando è venuto a vedere le prove dell’ultima operetta di quei rincoglioniti di dottori. Ha dato due boccate e qualcuno, saggiamente, gli ha detto: “O Carlino, ma allora non ti vuoi rassegnare a non morì…”
Lui ha fatto una risata, ha spento la sigaretta e ha cambiato discorso: “Fatemi vedè questa scena, vai…”
Quando muore un goliardo non dovete piangere per lui. Se era un goliardo, la Vita l’ha rigirata come un calzino. E se l’è goduta boccata dopo boccata. Semmai piangete per voi stessi che lo avete perso.
“O Carlino, dai retta, come hai fatto hai fatto bene!”.

Grazie per tutte le linguacce che ci hai lasciato in eredità.

Tuo, Tagliatella

PS. Un grande abbraccio a Martino

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La generazione degli equilibristi

Ci sono due motivi per i quali questo post è ridicolo: il primo è perché parla dei giovani in prima persona pur essendo scritto da uno che ha più di quarant’anni; il secondo è perché in Italia uno che ha più di quarant’anni viene trattato come se fosse un “giovane”.

La mia generazione, e tutte quelle dopo, sono generazioni di trapezisti, costretti a camminare su un filo che oscilla tra i mille euro al mese e il niente.

Ma anche tra gli equilibristi ci sono due categorie: quelli che hanno una rete sotto e quelli che non ce l’hanno. La rete sotto sono i genitori che, arrivati a quarant’anni non tutti hanno ancora o, se ce li hanno, non è detto che abbiano la possibilità di fare da rete. Magari sono lì sotto anche loro con la loro fune a stare in equilibrio tra i mille euro e il niente.

Poi c’è una terza categoria: quelli che pur avendo una rete, a un certo punto, per orgoglio o dignità, chiamatela come volete, gli chiedono di farsi da parte perché la camminata tra le Torri Gemelle come il protagonista di “The Walk” la vogliono fare da soli dal momento che alla loro età Cristo era già morto e risorto da sette anni.

Ci sono quelli che ce la fanno e sono dei grandi. Poi ci sono quelli che inciampano e cascano di sotto. A me è capitato, la rete non c’era e mi sono rotto tutto. Per fortuna sono figlio di un medico che mi ha visto steso in terra e, vuoi per il giuramento di Ippocrate, vuoi perché se vedi un figliolo spiaccicato in terra, ti viene naturale andarlo a raccattare. Grazie a lui mi sono rialzato in piedi.

Sono fortunato e non tutti hanno la stessa buona sorte.

Però mi viene da domandarmi: è vero che fare l’equilibrista è pericoloso e bisogna farsene una ragione; è vero che se sotto c’hai il vuoto, devi imparare a camminare con prudenza e non devi saltellare perché ti sembra ganzo; è vero anche che sono finiti i tempi della mangiatoia bassa ma almeno lo Stato che gestisce il circo degli equilibristi potrebbe evitare di far tremare la corda sotto i nostri piedi in continuazione.

Non solo: chi ha un ruolo di responsabilità istituzionale (che sò, un Ministero da gestire) e ci guarda seduto sotto la corda, potrebbe (per cortesia) evitare di prenderci in giro chiamandoci “fannulloni”, “bamboccioni”, “choosy” o “gente che è meglio levarsi dai piedi”?
Ecco, questo secondo me è bullismo. Per piacere, smettetela. Avete sinceramente rotto i coglioni.

Bullismo

Come difendersi da quel bullo che si chiama Vita

Mi ci sono voluti più di 40 anni ma alla fine l’ho capito: la Vita è un bullo. È più forte di te, lo sa bene e si diverte a prenderti in giro di fronte a tutti. Il problema è che puoi fare di tutto, cercare di diventare più grosso di lei, provare a farci a cazzotti, evitarla quando la incontri per strada ma non c’è niente da fare, sarà sempre lei che, se vuole, quando vuole, potrà infilarti in un cassonetto come succedeva ogni mattina a Bastian né “La storia infinita”.

Te vai avanti per la tua strada, fai il tuo percorso ma se lei se lo mette in testa, esce fuori e ti fa uno sgambetto, ti fa gli scherzi, ti ruba la colazione. E non puoi andare dalla maestra e dire: “Maestra, la Vita mi ha dato noia!”. Te la devi risolvere da solo.
Parola di uno che via via ne ha buscate. Ma se ne è fatto una ragione.

Perché i bulletti che ho incontrato nel corso della mia vita mi hanno insegnato che ci sono due modi per sconfiggerli se non puoi farlo con la forza: o gli fai credere che dei loro scherzi non te ne importa niente oppure provi a farci amicizia. Che forse è la cosa migliore che puoi fare.
Da piccolo andavo a giocare al Costone, grande scuola di vita e di amicizia. C’era un ragazzone che aveva un paio di anni più di me, che quando hai otto o nove anni sembrano cento. Era più grande e anche più grosso e non aveva accettato di buon grado di aver perso la mamma a quell’età. Si divertiva a picchiare forte prima di tornare a casa. All’inizio ci faceva piangere tutti, noi mingherlini. Poi si stancò. Quando si accorse che non si piangeva più tanto facilmente. Non so che fine abbia fatto. Spero che abbia fatto pace con se stesso.
Piangersi addosso ha questo effetto: la Vita continua a picchiarti. Se invece provi a fare finta che quelle legnate lasciano il tempo che trovano, anche la Vita si stanca di prendersela con te e basta.
Fare amicizia con la Vita è un’altra soluzione. Il carattere non glielo cambi mica; però se le piglia il matto e ti fa cadere, è diverso se quando ti rialzi le fai vedere che gli ridi in faccia. Vedrai che poi ti ride anche lei. Non dico che sia facile, è solo più conveniente. Le mostri il dito medio mentre aspetti il prossimo sgambetto. Tanto quelli non mancheranno mai, anche quando avrai ottant’anni. Ridere della Vita mentre ti accade di vivere è il tuo Fortunadrago. E non c’è arma più forte per sconfiggere un bullo che sarà sempre più forte di te. Che poi, tanto, la Vita mica dura per sempre.

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Quando rubai due tergicristalli (e poi li riportai)

Lo confesso: anche io ho un passato da malvivente. Appena ottenuta la patente presi una mitica Panda 30 del 1981 che esalò il suo ultimo rantolo durante un pranzo di classe (non perché fossero presenti persone di un certo rango ma perché era un gruppetto di brufolosi compagni di scuola, tutti rigorosamente maschi) a Brolio.

Il concessionario, evidentemente pentito di avermi rifilato un rottame, mi propose allora una vecchissima Polo che nello scambio mi sembrò una Tesla.

Comprai, con i miei pochi risparmi, anche un’autoradio che mi fu rubata fuori dal Papillon dopo pochi giorni. Nelle settimane successive sparirono anche l’antenna (oramai inutile) e due copricerchioni. Evidentemente all’epoca Siena era già un territorio malfamato. Si sta parlando della prima metà degli anni ’90 quando Max Pezzali la faceva da padrone. Praticamente tutto come adesso, compresi i Democristiani al governo.

Un diciannovenne senza autoradio è come un diciannovenne senza la macchina ma, ahimé, i risparmi erano finiti e ancora non c’era l’ipod da attaccare alle casse dell’auto. Mi adattai ad alcuni mesi di walkman in macchina con le cuffie fino a che per questo non presi una multa che vidi bene di tenere nascosta ai miei a cui non avevo raccontato del furto dell’autoradio.

Quando arrivai a prendere la mia Polo e mi accorsi che i tergicristalli davanti erano spariti, non ci vidi più: tornai a casa, piansi per lo sconforto, presi il mio unico passamontagna giallo (regalo di una befana nell’Aquila di circa 10 anni prima) e mi trasformai in Lupin III. Cercai una Polo parcheggiata nella zona di San Prospero dotata di tergicristalli e, provocandomi alcune ferite alle mani, scappai con la refurtiva. Nel buio della Fontana, a due passi dal Campino dove avevo giocato per ben 37 secondi una memorabile partita della Nirvano Fossi (ma questa è un’altra storia), recuperai un po’ di fiato e di lucidità. Mi vidi passare davanti tutta la vita. Ed era una vita da carcerato. Mi pentii come Giuda e, non avendo una corda con la quale appendermi, decisi di riportare i due tergicristalli alla Polo a cui li avevo rubati. Sarebbe stato singolare essere arrestati nel momento in cui restituivo il mal tolto. Mi rimisi il passamontagna (se ci fosse una videocamera che mi ha ripreso gradirei avere la registrazione) e furtivamente passai due minuti cercando di rimettere il tergicristallo come l’avevo trovato. Fui illuminato da due fari: “Oh, no! Mi hanno beccato!”. Era un vecchietto che mi strizzò l’occhio pensando che quella Polo fosse la mia. Terrorizzato dagli anni di galera a cui andavo incontro, lasciai i tergicristalli appoggiati al parabrezza e fuggii nella notte.

Il giorno dopo pioveva. Da allora penso al momento in cui il proprietario dell’auto arriva con il suo ombrello a riprendere la macchina, accende il quadro e i due tergicristalli volano via come lacrime nella pioggia. Sai che bestemmie.

Non l’avevo mai raccontato a nessuno. Ora mi sento sollevato.

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L’Opinione e la Sentenza: in morte di Secondomé

In questo triste 2016 si è consumata una tragedia di cui nessun giornale parla: è venuto a mancare prematuramente Secondomé. E’ stata una morte improvvisa e violenta; si trovava sullo stesso pulmino di Pensoché, Credoché, Ammioavviso, Suppongoché. Sono finiti in un burrone e non c’è stato niente da fare. Se ne sono andati in silenzio nell’indifferenza di tutti. Si è salvato miracolosamente solo Massietesicuriché ma le sue condizioni sembrano disperate.
L’ultima volta che ho visto Secondomé era tra i commenti ad un’instagrammata di Belen. Poi la tragedia. Senza di loro se ne va l’opinione e resta la Sentenza, che tutti possono usare senza accettare repliche. La verità è diventata una. A testa. Ognuno ha la propria e non accetta che altri possano proporre una verità alternativa. Pare che sul pulmino ci fosse anche il berlusconiano Miconsenta. Con lui se ne va l’ultimo barlume di buona educazione di chi, prima di dire una cazzata, almeno chiedeva il permesso. Facebook è un enorme tavolino sul quale ognuno di noi sbatte il pugno. Il fatto è che lo facciamo tutti, tutti insieme, tutti i giorni. Sentenza ci guarda con gli occhi di ghiaccio e ci sbatacchia una verità assoluta in faccia per quel lunghissimo istante che leggiamo il suo post. E’ una certezza che non ammette repliche. E’ il tentativo di prendersi di forza una ragione che nessuno, nel mondo là fuori è disposto a darti così facilmente. E’ solo una dichiarazione di debolezza. Secondo me.

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L’importanza di votare spiegata a mio figlio (che non ho)

“Babbo, perché dici che bisogna andare a votare in tutti i modi? Mi hai detto che non sei per niente convinto di cosa votare?”
“Secondo te qual è il quadro più bello del mondo?”
“Boh? Ce ne sono tanti. A me mi piace Van Gogh.”
“Ecco, prendi un quadro di Van Gogh, pensa a quante pennellate gli ha dovuto dare per farlo così bello. Saranno centinaia di migliaia. Ora pensa di essere una di quelle pennellate: credi che se tu non ci fossi il quadro sarebbe meno bello?”
“Penso di no.”
“Esatto! Ma potresti dire qual è la pennellata più importante?E potresti dire dopo quante pennellate la tela di Van Gogh si è trasformata in un capolavoro?”
“Questo penso che non lo sapesse nemmeno lui che l’ha dipinta!”
“Appunto. Siccome non è possibile dire quale voto sia importante e quale no, bisogna andare a votare. Magari te potresti essere la pennellata che cambia tutto, che rovina l’opera o la rende immortale. Ma questo non si sa mai prima, e spesso neanche dopo.”
“Babbo, e se ti dicevo che mi piaceva Fontana? Quello dei tagli?”
“Tesoro, ragiona: lì la pennellata è una sola e data con un coltello. La dittatura te la spiego un’altra volta!”
“Che me ne importa, tanto non sono mica nato.”
“Beato te, figlio mio!”

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Lo status quo (visto da qui)

Riflessioni da referendum. The day after.

E’ bellissimo criticare il potere non disponendone neanche di un briciolo. E’ anche facile, a dirla tutta. La nostra simpatia va spesso e volentieri a chi contro il potere si scaglia, a chi propone il cambiamento, a chi manda affanculo tutti, a chi piccona, a chi rottama. CI piacciono i rulli compressori, i martelli pneumatici, le bave alla bocca, i discorsi di pancia. Poi, puntualmente, siamo atterriti quando il cambiamento si palesa come possibile e modifica lo status quo. Anche se a proporlo è una delle Giovani Marmotte. Non ci fidiamo. Siamo convinti che dietro ci sia un disegno dei poteri forti, della Disney, della Pixar e di altre sette e gruppi di potere che ce lo vogliono calzare a pennello. Questo no, non possiamo proprio accettarlo. Ci piace sognare un mondo diverso ma lo vogliamo esattamente come ce lo siamo immaginati noi. Il cambiamento che vogliamo è il “nostro” cambiamento. Un cambiamento docile con le cose fatte come siamo sempre stati abituati a farle. Passatemi una metafora: è come se fossimo stufi del nostro salotto con le pareti gialline, si chiamasse un imbianchino con delle idee rivoluzionarie e gli consegnassimo nelle mani una pennellessa Cinghiale chiedendogli di cambiarci la stanza. Perché noi quella stanza la vogliamo diversa, Cristo! Lui ci propone una mazzetta di colori che va dal fucsia all’indaco e noi iniziamo a litigare con tutta la nostra famiglia, meglio se via facebook, ci insultiamo, ci scanniamo e poi diciamo alla Giovane Marmotta: “Ascolta Ciccio, rifalla giallina, vai!”. A quel punto la Giovane Marmotta si commuove, abbraccia la moglie, torna dal Gran Mogol e gli consegna la pennellessa dicendo: “Ora pensaci te”. E noi intanto, continuiamo a litigare tra noi sul perché il nostro salotto continua ad avere quelle pareti gialline di merda.

Visto da QUI, lo status QUO ti farebbe venire voglia di fuggire da QUA. Viva Paperopoli.

Mongolian-born grand sumo champion Yokozuna Hakuho performs the New Year's ring-entering rite at the annual celebration for the New Year at Meiji Shrine in Tokyo January 7, 2015. REUTERS/Thomas Peter (JAPAN - Tags: SPORT RELIGION SOCIETY)

Il correttore di buzze

E’ inutile nascondersi dietro ad un dito (anche perché non saprei come entrarci): sono ingrassato. Ne ho avuto la prova ieri quando ho parcheggiato la macchina accanto a un suv e per uscire ho dovuto chiamare un’ostetrica.
Il fatto è che ingrassare è parecchio più divertente che dimagrire. E questo è un dato di fatto. Il vero problema è che la maggior parte delle cose divertenti sono più facili se non sei un lottatore di sumo. A meno che tu non voglia fare il lottatore di sumo. In quel caso il sumo è una della cose divertenti da fare nella vita.
Purtroppo il mondo non è esattamente pensato per chi ha problemi di eccesso adiposo che, soltanto a dirlo, sembra qualcosa di schifoso.
Ci vorrebbe qualcuno che ti corregge come avviene quando stai per pubblicare un libro: un “correttore di buzze” che ti evidenzi su un pdf le cose che non vanno e te, con un semplice “seleziona e cancella” potresti risolvere i tuoi problemi di fiatone, ansia, stress, depressione, fame atavica, ipersudorazione, apnee notturne, calo della libido e impossibilità di legarsi le scarpe senza riprendere fiato tra l’una e l’altra.
Purtroppo il correttore di buzze non esiste. Dopo una bella discesa c’è sempre una brutta salita. Tocca rimettersi a dieta. Comincio lunedì. Forse.