Startup concept flat illustration of business people working as team to launch the business. Young men have an idea, programmer works hard, managers and others promote the project using laptops

10 idee per 10 nuovissime start-up

Oggi è una bella giornata e voglio regalare 10 idee ad altrettanti volenterosi startupper:

1) “RUNtolo” (app stile Fitbit per corridori tabagisti e/o sovrappeso)
2) “Meglio soli che scompagnati” (e-commerce che vende i calzini uno ad uno. Così non si perdono. E se si perdono, pazienza. Ideale per persone con una gamba sola.)
3) “LIPOcrita” (pagina facebook tipo “Tasty” con video di cibi grassissimi dove si dice che mangiarne a volontà fa bene.)
4) “Breaking Bed” (Letto fragile per coppie poco focose che vogliono fare bella figura con i vicini di casa)
5) “The walking Dad” (tour del Cammino di Santiago di Compostela per padri che hanno figli che sembrano dei morti che camminano)
6) “Da Nico & Tina” (Ristorante che se ne frega della Legge Sirchia)
7) “SI e NO” (concessionario di auto usate che vende solo veicoli immatricolati a Siena e Novara)
8) “C’è post per te” (servizi di scrittura automatica di post per blogger che hanno poco da dire)
9) “La breve storia di Preservati Ivo” (Storytelling su un tale che prediligeva il sesso sicuro.)
10) “The House of Karl” (sit com stile Casa Vianello con protagonisti Marx e la moglie che alla fine dice sempre “Che barba, che noia”)

E che non si dica che in Italia mancano le idee!

Profiles with Christian and Islamic symbols

Per l’amor di Dio

Dialogo a senso unico tra religioni. Perché non c’è peggior sordo di chi non ascolta.

“Per l’amor di Dio, perché mi hai fatto questo?”
“Per…l’Amor di Dio!”
“Il tuo o il mio?”
“Il mio!”
“Hai detto ‘il mio’? Allora è il mio!”
“No, non ho detto ‘il tuo’; ho detto ‘il mio’!”
“Dio mio….”
“Mio Dio…”
“Mi odio?”
“Ti odio”
“No, per l’amor di Dio…”
“O Dio?…”
“Oddio…”
“Odio.”
“Oddio…”
“Addio…”

Estate inverno

Notizia shock: d’estate fa caldo, d’inverno fa freddo.

Non ho mai compreso, ma forse un giorno mi potrete illuminare, il motivo di questa moderna necessità di esternare cose lapalissianamente lapalissiane. La notizia del giorno è che oggi fa freddo, lo avevano detto gli esperti del meteo e anche il calendario poteva darci una mano a capirlo, dal momento che siamo al 7 di gennaio. Eppure vedo molti amici che postano su Facebook la notizia imprevista che fuori si agganghisce, con dovizia di foto del termometro dell’auto, selfie col berretto, il manicotto e i guanti.

Facebook ha tante facce, ma quella della pubblicazione dell’ovvietà ë tra quelle che, per antitesi, mi lascia maggiormente stupito. Il 5 agosto ci direte che fa caldo, vi dividerete in caldisti e diaccisti, litigherete su una veritá che tutti conoscono. Oppure a marzo commenterete la bomba d’acqua pronosticata da giorni con un: “Mira come viene!”.
Ci lascerete senza parole quando ci farete vedere che anche quest’anno, il 26 giugno c’è già la terra in Piazza, evento che, a sorpresa, si ripeterà verso il 10 agosto. Passare un altro anno imprevedibile sui social con voi sarà una scoperta dopo l’altra e quando accadrà una nevicata a luglio non sapremo più cosa dire per sorprenderci.

Ps. Non vorrei spoilerarvi ma pare che il 21 marzo, inizierà la primavera. Segnatevelo da qualche parte e ricordatecelo quel giorno.

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L’Opinione e la Sentenza: in morte di Secondomé

In questo triste 2016 si è consumata una tragedia di cui nessun giornale parla: è venuto a mancare prematuramente Secondomé. E’ stata una morte improvvisa e violenta; si trovava sullo stesso pulmino di Pensoché, Credoché, Ammioavviso, Suppongoché. Sono finiti in un burrone e non c’è stato niente da fare. Se ne sono andati in silenzio nell’indifferenza di tutti. Si è salvato miracolosamente solo Massietesicuriché ma le sue condizioni sembrano disperate.
L’ultima volta che ho visto Secondomé era tra i commenti ad un’instagrammata di Belen. Poi la tragedia. Senza di loro se ne va l’opinione e resta la Sentenza, che tutti possono usare senza accettare repliche. La verità è diventata una. A testa. Ognuno ha la propria e non accetta che altri possano proporre una verità alternativa. Pare che sul pulmino ci fosse anche il berlusconiano Miconsenta. Con lui se ne va l’ultimo barlume di buona educazione di chi, prima di dire una cazzata, almeno chiedeva il permesso. Facebook è un enorme tavolino sul quale ognuno di noi sbatte il pugno. Il fatto è che lo facciamo tutti, tutti insieme, tutti i giorni. Sentenza ci guarda con gli occhi di ghiaccio e ci sbatacchia una verità assoluta in faccia per quel lunghissimo istante che leggiamo il suo post. E’ una certezza che non ammette repliche. E’ il tentativo di prendersi di forza una ragione che nessuno, nel mondo là fuori è disposto a darti così facilmente. E’ solo una dichiarazione di debolezza. Secondo me.

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I Radio Dead

Mi sembra di intuire che questo 2016 non sia stato un anno molto gentile con le grandi personalità della scena musicale di tutto il mondo. Quando leggo la notizia, quasi sempre accade su Facebook o Twitter, mi dispiace, ci patisco, mi commuovo. Poi, nell’arco di 12/13 ore divento il primo tra gli “haters” della defunta celebrità. Oggi, ad esempio ho ascoltato più volte “Halleluyah” io di quante non ne abbia sentite l’amico diventato diacono, durante quattro anni di seminario. Grande, grandissimo Cohen, massimo rispetto per il suo talento. Ma perché farcelo odiare in così brave tempo condividendo tutti il suo capolavoro a nastro? E’ una domanda a cui ho cercato di dare una risposta e, siccome la logica non mi viene incontro, ho cercato di ricavare la risposta in maniera del tutto illogica.

Ipotesi 1: Tutti i condivisori sono convinti che con l’inizio della decomposizione si cancellino anche le tracce musicali. “Vuoi vedere che dopodomani non posso più sentire “Thriller”!!! Fammelo condividere per sicurezza, vai!”  Tranquilli ragazzi, Mozart non puzza neanche più, eppure…

Ipotesi 2: Ogni persona è convinta di essere l’unica ad avere accesso alla discografia di David Bowie, Prince, Freddie Mercury, Pino Daniele e ci vuol far sentire la loro produzione musicale per la prima volta. “Ehi, sentite questo qua che ha fatto!!! “Let’s dance”! Ditemi grazie!”, “Lo sapete cosa ha scritto Pino? “Napule è”! Forte no?” “Senti, senti “Somebody to leve” che ne pensi?”

Ipotesi 3: Ognuno pensa che Facebook funzioni come nascondino in cui si deve essere i primi  a fare tana. In questo caso “fare tana” equivale a condividere un brano dell’autore che si è appena spento e farlo prima degli altri. Spesso però non riesce perché la moglie dell’artista lo fa prima di te. Nel caso fosse vera questa ipotesi sono sicuro che l’eventuale decesso simultaneo dei Pooh sarebbe “tana libera tutti”.

Ipotesi 4: Forse la gente pensa che condividere quel pezzo: “E’ sempre meglio che condividere il mio gatto. Che poi tra l’altro non so neanche fare le foto.”

Ipotesi 5: Ostentare la propria cultura musicale. Qui l’unico autorizzato a farlo è il mio amico Emilio che ha visto più concerti che telegiornali. Per tutti gli altri, è bene sapere che non bastano 9 euro al mese di Spotify per diventare critico musicale.

Non so se qualcuna di queste ipotesi sia valida. Penso che siamo proprio strani e che fondamentalmente il gruppo musicale più condiviso su Facebook siano i “Radio Dead”. Che quest’anno stanno diventando tanti come un coro gospel.

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La mamma dei cretini deve aver preso la pillola

Sarà che crescere con un padre ginecologo mi deve avere forgiato nell’osservare tutte le pance di donne in stato interessante che mi passano davanti cercando di capire anche la settimana di gestazione; sarà che i modi di dire basati sul sessismo non vanno più di moda, sará che ho cominciato a farci attenzione: a me questa cosa che la mamma dei cretini sia sempre incinta non mi torna più. E ora provo a spiegarmi.

Non si trova più un cretino in giro a pagarlo oro.
Da osservatore di ciò che accade nel mondo passando non più dai giornali ma dai social, mi rendo conto che le cose sono cambiate. In meglio!
Dei miei mille e passa contatti mi aspetterei che, a dare ragione a chi dice che “la mamma dei cretini” è perennemente in dolce attesa, una buona parte lo sia. E invece no; vedo orde di luminari dissertare di politica locale, nazionale e financo internazionale. Gente che mi spiega, con dovizia di particolari come le Torri Gemelle siano cadute, come la Brexit non sia poi un male, come si possa dire SI o NO con la certezza di fare la cosa esatta. A leggervi, amici, mi viene da pensare che la mamma dei cretini si sia decisa a ricorrere agli anticoncezionali. E io che ero diventato amico vostro per la vostra capacità di dissertare del niente, che ridevo quando dicevate l’alfabeto con un rutto, che apprezzavo la vostra simpatica superficialità. Mi avete tradito.

Stavate fingendo, ammettetelo.
Mi avete nascosto che avevate la soluzione ai furti nelle case e agli sbarchi coi gommoni. Avete mentito quando mi avete fatto credere per anni che di arte, musica e cinema non capivate nulla. E quando vi interrogava il professore di storia e facevate scena muta era tutto un bluff. Mamma mia, quante ne sapete.

Mi avete lasciato solo. L’unico cretino in un mondo di luminari.
Ci ritroveremo, pochissimi e nascosti come i poeti estinti, nel chiuso di un vinaio a cantare “osteria numero venti” o “teresina ‘un ti ci porto più”. Dovremo anche noi, ultimi cretini sopravvissuti, fingere di essere preparati su tutto. E anche noi condivideremo un video inedito dell’ultima rockstar trapassata, facendovi credere di averlo tenuto nascosto per anni.
Allora anche voi penserete di noi che non siamo cretini. E allora avremo vinto. Vi avremo sconfitto con la vostra arma: la finzione dell’intellettualità. A quel punto vi avremo battuto e voi non ve ne sarete neppure accorti.

E la mamma dei cretini tornerà di nuovo ad essere sempre incinta, come una volta. E tutto sarà nuovamente normale. E bellissimo.

ghost n' goblin

Quando giocavamo a nastro

Sono nato a metà degli anni ’70, giusto in tempo per ricevere per il sesto compleanno quel videogioco con due strisce che si rispediscono un quadrato che mi sembravano due tennisti disegnati da un pittore iperrealista. Due anni dopo arrivò il Vic 20, dopo altri due anni il Commodore 64. Non ho ancora capito perché i regali grossi arrivavano solo per i compleanni pari, forse i miei genitori erano rimasti attaccati all’austerity e alle targhe alterne. Boh?

Se Pokemon Go è l’omega, il Vic 20 e il Commodore 64 erano l’alfa. Due mondi separati da anni luce di distanza. Erano l’opposto del “mobile”. Solo il joystick, fallico amico di interminabili pomeriggi, era grosso e pesante come un portaombrelloni. E per giocare una partita dovevi infilare la cassetta. No, non c’era un log in da fare; c’era una cassetta. Simile a quelle che si infilavano nel mangianastri per sentire Bimbo Mix, Cristina D’Avena e Furia Cavallo del West. Se tutto andava bene dovevi aspettate una trentina di minuti prima di poter giocare. L’unica cosa vagamente somigliante ad una barra di scorrimento era un contatore numerico che girava con la stessa velocità di una giornata con la febbre a 37,2 senza televisione. E poi c’erano gli intoppi. Una volta su tre la cassetta o si inceppava, e allora dovevi ripartire da capo, o veniva risucchiata come uno spaghetto nella bocca del mangianastri. Noi sappiamo bene perché il mangianastri si chiama così.

E quei benedetti intoppi erano degli enormi incentivi ad uscire in una Siena che era ancora un meraviglioso campo da gioco e dove tutti i tuoi amici erano a portata di campanello. Le noie del Commodore mi sono costate molti strati di pelle di ginocchio, regalati agli spazzini del giorno dopo. Ma ora conosco più o meno tutti i senesi della mia età: i bulletti, gli sfigati, i miti assoluti, quelli che sapevano giocare a pallone, quelli che c’avevano sempre i doppioni, quelli che c’avevano la mamma bona, quelli che sputavano nel proprio panino per evitare il “morsino”.

Nell’era del videogioco “immobile”, Nascondino era più affascinante di Arkanoid e Buchetta ci rendeva più ricchi di Farmville. Di quel periodo ho tanti ricordi e pochi rimpianti, perché alla fine un bambino maschio nato a metà degli anni settanta era sempre goffo, mal vestito, mal pettinato e maleodorante. L’unico rimpianto che ho è quello di non aver mai restituito la cassetta con il gioco dove un guerriero coi baffi correva per ammazzare gli zombie. Me l’aveva prestata il mio amico Marco, della Pantera. Eravamo compagni di classe e, anche se una volta mi rubó la fidanzata, ci volevamo bene.  Lui internet non ce l’ha fatta a vederlo e di questo ho un grosso rimpianto.

Ora nessun dodicenne resterebbe trenta minuti ad aspettare di giocare ad un giochino con i pixel grossi come noci. Non starebbe ad osservare quel numerino che scorre lento. Oggi escono e restano chiusi dentro il loro telefonino e nessuno ha più i ginocchi sbucciati.

Parafrasando il Papa Buono: “Domani fate uno scherzo al vostro bambino. Mettetegli l’attak sotto il cellulare e appiccicatelo al comodino. E poi ditegli: esci a testa alta, questo è lo scherzo del Taglia”.

L’immagine è una schermata del gioco Ghost n’ Goblin per Commodore 64.

like

Likesturbarsi

Che tipo di piacere provoca un like? Me lo sono chiesto molte volte.
Ma ancora non ho trovato una risposta appagante. La capacità di seduzione di un like credo che sia collegata alla ricerca di sentirsi apprezzati, di avere conferme, di ricevere un consenso.

Il consenso è un tesoro che molti di noi cercano come l’Archengemma e con il quale molti arrivano a misurarsi anche di fronte a uno specchio.
Ma il consenso non arriva mai, o comunque raramente, solo perché sei un ganzone di tuo.
A chi ti paga con un like, devi per forza offrire in tributo di una parte di te. Nessuno ha mai preso 300 mi piace per aver detto semplicemente “Buonasera” (eccezion fatta per Papa Bergoglio e Mike Buongiorno).
Sull’altare dei like devi lasciare qualcosa di prezioso e intimo: il tuo gatto, la tua salute, tuo figlio appena nato o un residuo della tua vita privata.
Se sei disposto a lasciare tutto questo allora sarai ricompensato.
Devi sforzarti di dire cose irripetibili che ti faranno perdere il lavoro, gli amici, i parenti che non vedevi da anni. Devi dire che le cose non vanno perché garba di più che dire che va tutto bene. Devi criticare, attaccare, polemizzare. Solo così sarai ripagato con una grandinata di pollici eretti.
E quando la sera farai la conta dei tuoi “mi piace”, ti sentirai ricco e ti domanderai perché ancora i fornai non accettano like in cambio di pane.
E’ un piacere individuale che tutti proviamo ma che ognuno di noi si vergogna a dichiarare.
Perché facciamo questo tutti, tutti i giorni, non l’ho ancora capito.
L’unica cosa che so è che a guardare il telefono per vedere quanti like arrivano, ci si perde la vista. Forse avevano ragione quelli del catechismo: la masturbazione fa diventare ciechi. Soprattutto quella mentale.

parlare

L’Urgenza del Parlare (a vanvera)

Siamo tutti ammalati. La malattia ce l’ha attaccata un ragazzo di nome Marco. Marco Zuckerberg. Ci ha messo in mano un megafono e ci è esploso come un giocattolo bomba. E tutti noi, con le mani a brandelli e con la faccia bruciacchiata non ce la facciamo, dobbiamo parlare. Dobbiamo postare. In sette o otto anni abbiamo sfanculato quelle cose che le nostre nonne ci avevano insegnato sventolandoci per un orecchio: la moderazione, la mediazione, la buona creanza, la buona educazione, il buon gusto. Tutta colpa di Marchino e del suo megafono esplosivo. La nonna ci aveva insegnato faticosamente a contare fino a dieci prima di parlare e Marco ci ha messo il tasto “Pubblica” che lampeggia quando arrivi a contare il due.

Erano risusciti a farci capire che non si parla prima che il nostro interlocutore abbia finito e ci hanno tirato fuori WhatsApp dove si conversa in gruppo ma ognuno segue il suo filo.

Cosicché un amico dice: “Avete saputo di Marta?” mentre un altro propone: “Pizzino stasera?” e un altro ancora esordisce con: “Quanto costa il Cinema in Fortezza?”. In questo modo viene fuori che Marta la chiamavano Jeeg Robot e il cinema costa come una pizza quattro stagioni più birra artigianale, la quale birra, tuttavia, è incinta di Sergio, uno dei fratelli Vanzina.

Il social ci sta dando armi per diventare isole che ascoltano solo se stesse. Che c’entra, siamo tutti iperinformati in tempo reale di quello che accade dall’altra parte del mondo e perfino nella casa accanto. Anche se conosciamo per filo e per segno l’altra parte del mondo (l’abbiamo vista su Instagram) e non ci salutiamo col vicino di pianerottolo. La gente parla con quei tre o quattrocento amici al giorno che per non fare sentire soli, chiami anche la notte alle tre, quando sarebbe giusto essere mandati a quel paese da chi ti fa vibrare il cellulare mentre sei in piena fase rem. O magari, quando finalmente, dopo tanto penare l’avevi chiesta e ottenuta.

Ma la cosa più atroce è l’urgenza del parlare. Ci avevano abituati ad aprire bocca solo se avevamo qualcosa di intelligente da dire. Ma niente, è saltato per aria anche questo. Dobbiamo dire per forza qualcosa, basta sia, altrimenti abbiamo paura che la prossima volta che ci guarderemo allo specchio non ci troveremo niente. E nel parlare per forza, per forza spesso si parla a vanvera, tanto per dire.

C’è chi commenta tutto. E chi critica tutto. C’è chi si lamenta di tutto e chi mette mi piace a tutto. Tutto. O niente. Meglio tutto. Meglio di niente.

Ognuno si sente contemporaneamente edotto ed autorizzato a dire la sua verità che, provenendo dal tamburellare sulla tastiera da parte di un luminare, è certamente e incontrovertibilmente, una verità assoluta.

Io ad esempio quando ho iniziato a scrivere questo post avevo qualcosa di intelligente da dire, ve lo giuro, ma l’ho dimenticata. Nel frattempo però ho fatto tre altri post del blog, quattro post su facebook e sei su Instagram. Su Twitter no, Twitter è morto. O è malato grave. Meglio Snapchat. Però poi dopo poco quello che dici scompare. Che forse non è mica un male. Forse. Boh? Condividi? Dai, condividi. Anche se non condividi, condividimelo, ti prego, fallo per me…

Vabbè dai, ora mi zitto. Per qualche ora. Anzi, no, mi è venuta una cosa ganzissima da dire. Ci vediamo su Facebook. Un post solo e poi smetto. Ma questo lo posto. Sì sì, questo lo posto. Alla zitta.

 

L’immagine è opera dell’illustratore Eiko Ojala. Potete trovare altri suoi capolavori qui: https://www.behance.net/eiko o qui: http://ploom.tv

dead

Morire: prima di Facebook era “riposare in pace”

Se ti succedeva di morire ed eri sconosciuto ti piangevano i parenti;
se eri famosissimo c’era un servizio al telegiornale.
Ma siccome ora anche lo sconosciuto c’ha mille amici,
me lo dite a che servono i manifesti attaccati ai muri?
Tanto la notizia di un trapasso ti arriva come un lampo
mentre controlli gli accidenti che si mandano i tuoi amici.
Un tempo capitava che se per una settimana non uscivi
padellavi il manifesto e dopo qualche mese chiedevi:
“Ma Tizio che fine ha fatto, è da tanto che ‘un lo vedo…”
“Ma come ‘un lo sai del coccolone? Ormai ‘un puzza neanche più!”
Prima, se eri una celebrità l’articolo te lo scrivevano
avanti che tu morissi e si chiamava “coccodrillo”.
Anche ora lo scrivono prima che tu muoia
ma non si chiama più coccodrillo, si chiama “bufala”.
Poi capita che muori per davvero e se hai fatto trecento canzoni,
di cui duecentonovantanove capolavori,
c’è quello che va a cercare la trecentesima
nella versione fatta mentre tossivi,
pur di postare qualcosa a cui gli altri non avevano pensato.
E poi spunta sempre quel video inedito
che se volevi che rimanesse inedito forse un motivo c’era.
Perché diciamoci la verità,
a noi di David Bowie,
di Prince
o di Moira Orfei,
mica ce ne importa per davvero.
Sennò si uscirebbe da Facebook
e si andrebbe a trovarli al cimitero.
Di portare rispetto ai morti che vuoi che ce ne freghi
se i primi a cui non si porta rispetto sono proprio quelli vivi.
A noi ci importa di fare bella figura,
di essere apprezzati,
di prendere un “mi piace”,
di essere taggati.
Dell’arte, del talento,
degli affetti di chi ci sta male per davvero,
lo sai che ce ne cale?
Aspetta, aspetta, è morto un’altro;
c’ho da postare!