willy coyote

La mattina dopo il Palio (che non hai vinto)

La mattina dopo il Palio, se non hai vinto, ti alzi dal letto che ti sembra di essere venuto giù di botto dal Grand Canyon. La mattina dopo il Palio, quando non hai vinto, ti svegli con quell’astioso disprezzo per chi ce l’ha fatta che tu stesso ti vergogni a chiamare invidia. Ti sembra di essere finto sotto un rullo compressore, o che ti abbiano legato a un razzo che è esploso per aria, o che tu sia finito in una buca senza fine salutando il pubblico dopo essere rimasto mezzo secondo a galleggiare in aria.

Il giorno dopo il Palio è uno dei giorni più brutti dell’anno perché, come Willy Coyote, hai avuto una flebile speranza di riuscire a farcela ad acchiappare quell’uccellaccio con le nappe che fa Beep beep e che vorresti prendere per il collo e portare in Duomo. Ma la maggior parte delle volte, quell’uccellaccio prende una strada diversa da quella che ti eri immaginato.

L’unica cosa bella della mattina dopo il Palio che non hai vinto, è che sai che le puntate non sono finite e cominci già a pensare a quale marchingegno della ACME potrai usare la prossima volta per vedere se le cose vanno a finire in un’altra maniera. Perché mica sempre ti toccherà la parte di Willy Coyote!

E comunque, anche lui, ogni volta che sbatacchia il muso in fondo al canyon, mica si arrende! Magari sventolando un cartello “Help”, si rialza. E nella puntata successiva è lì, pronto a prendersi finalmente la sua rivincita su quell’uccellaciio che sembra messo lì apposta per prendersi gioco di lui.

Io mi sto preparando per la prossima puntata.

That’s all folks.

pantani

I pantani del giornalismo alla Tornasol

Ero, come tanti, un tifoso di Marco Pantani, mostro sbattuto in prima pagina a un passo dalla gloria. Piansi quando scoprii dalla televisione, per bocca di qualche giornalista, che il campione era fuori dal giro che avrebbe di certo dominato perché alcune analisi lo avevano trovato positivo a dei farmaci.

Anche un tifoso, se si fermava al titolo, poteva pensare che fosse doping. Perché se lo diceva la tv doveva per forza essere vero.

In questi giorni, leggendo qualche testata nazionale che parla del cavallo Tornasol, descritto prima come uno Spartacus che si ribella a chi voleva fargli fare il gladiatore e poi semplicemente “positivo ai farmaci”. Questo è il titolo di Repubblica. Mica Corriere di Geggiano.

Allora mi chiedo quale sia il mestiere di un giornalista se non quello di capire prima e poi spiegare agli altri come stanno le cose.

Se mi fate un prelievo anche io sono positivo ai farmaci. Prendo le pasticche per la pressione, un protettore della stomaco per un’operazione fatta anni fa e anche i fermenti lattici per rimettere a posto l’intestino dopo un’estiva dissenteria.

Siamo tutti positivi ai farmaci. E’ una notizia? Siamo dopati? Spiegatecelo, voi che fate i titoli che dicono il 10% della verità.

Il giornalismo, fatto alla Tornasol rischia di creare pantani (senza maiuscola) perché il 90% dei lettori legge soltanto il titolo e quel “positivo” (lo abbiamo imparato negli anni ’80 grazie all’HIV) significa sicuramente: “male”.

Pochi di quegli scienziati che amano commentare contro ogni giorno della loro vita, si è spinto a leggere quello che il giornalista avrebbe dovuto scrivere fin da subito: i farmaci trovati sul cavallo non c’entrano niente con il doping. Non c’è niente di marcio sotto il sol.

E allora, visto che la moda dei nostri tempi è quella di trovare le colpe, la colpa non è solo del giornalista (magari un giovanissimo malpagato al quale è stato detto di fare una brevina da cinquantesima pagina). La colpa è dei caporedattori, dei direttori che non insegnano ai giovani giornalisti che il primo obiettivo è quello di raccontare la verità.

Ma il mondo che si basa sui like ha bisogno di essere divisivo, di creare dei nemici, di portare gli sprovvediti senza cultura a commentare con violenza senza sapere di cosa si parla. Sia che si tratti di un vaccino , sia che si tratti di un cavallo da Palio. Senza curarsi delle conseguenze. Senza preoccuparsi se quell’articolo possa o meno far pensare che  Cristo è morto dal sonno.

Senza capire la pericolosa differenza tra raccontare Pantani e crear pantani.

 

 

dita cotte

Il Palio delle dita cotte

I giorni dopo il Palio sono terribili, specie se hai sfiorato con la mano il premio dei “calci in culo” e ti sono rimasti soltanto i calci in culo.

E’ come quando sei in mare, da bambino e sai che quando uscirai avrai freddo, la schiena inizierà a bruciarti perché il sole si prende anche se sei in acqua e magari troverai anche la tua nonna ad aspettarti con una ciabatta in mano perché “se hai le dita cotte si fanno i conti”.

Dopo il Palio si fanno i conti. Soprattutto con se stessi. Soprattutto con il proprio fisico che non è mai stato stellare, ma che ora ti ha mandato la fattura.

Si fanno i conti con il proprio portafoglio, dove, se va bene, ci trovi la tessera di una cena che non ti ricordi di aver fatto. E ti racconti che forse è meglio che sia andata così, che poi sennò volevo vedere come facevo a pagare la sottoscrizione.

Fai i conti con la tua casa, che sembra offenderti da ogni stanza che hai trascurato per giorni, che hai abbandonato perché non ti serviva, come un cane in autostrada.

E allora ti aggrappi a quel mare in cui ti si cuociono le dita ma che, fino a che ci sei dentro, ti senti quasi protetto da tutte le cose che ci sono in spiaggia. Anche se i cavalloni sono forti e ti capita di infilare il capo sott’acqua. Anche se ti bruciano gli occhi e se hai bevuto due boccate di acqua e sale.

Il mare fa paura ma è una calamita che ti tiene stretto. E se ti allontani ti riporta dentro, maledettamente. E chi ci si tuffa ne viene stregato. Qualcuno ci affoga. Qualcuno ci diventa un eroe. Qualcuno ci perde tutto. Qualcuno ci trova un tesoro. Qualcuno ci si perde.

“Dai, Giampiero, esci. Sono quarant’anni che ti sei tuffato, ora basta!”

“Hai ragione, ma fammici stare ancora un altro pochino…”

unghie

Il Palio del Mangiatore di Unghie

Il Mangiatore di Unghie trova massima soddisfazione al suo vizio il giorno in cui si presenta il Palio. L’ansia è già montata ma questo è un giorno di attesa in cui non c’è da fare altro se non strapparsi le pellicine che spuntano dalle ultime falangi. C’è chi prova ancora a lavoricchiare anche se ormai non si prendono più grossi impegni: “Si fa dopo il Palio, va bene?”

Il Mangiatore di Unghie si è svegliato presto. Ha sognato la Mossa e non era proprio una passeggiata. Si è già fatto due docce: la prima per svegliarsi, la seconda perché aveva risudato.

Vorrebbe chiamare un Mangino per sapere se è vero che sarà un Palio dei ciuchi, tanto quello meglio c’è comunque…e mentre si mastica l’indice scartavetrandolo a modino, inizia a rimuginare:

“No, via…è troppo presto. Non lo chiamo. Semmai gli mando un messaggio. Non mi risponde. Che vorrà dire? Di sicuro è successo qualcosa e non me lo può raccontare. Allora lo chiamo. Chi si monta? E loro? No, dai. Magari dorme. M’importa una sega, lo chiamo uguale. Anzi no, chiamo il Vice Barbaresco, almeno se mi manda a fare in culo è perché ha un brutto carattere e non me la prendo. Meno male che non sono su wazzup! Sennò lo sai che ansia… Ohi! Mi sanguina l’anulare. Ho morso troppo a marrano. Oppure le unghie sono finite. Sì, mi guardo le dita e in effetti non c’è rimasto niente.”

Almeno la mattina della Tratta si mangia la trippa…

shining

“Siamo tutti di Siena”

“Siamo tutti di Siena” è un tormentone che ti accompagna per tutta la vita, se ti capita di nascere in quella piccola città che in tanti, da tutto il mondo, desiderano visitare. Fosse anche solo per il tempo di un cono medio.

“Siamo tutti di Siena!” mi diceva il mio nonno quando mi portava per mano dentro Piazza a guardare le batterie la mattina della Tratta. Per cui ognuno ha la sua bandiera e i suoi colori ma, quando c’è da stare uniti, i colori sono solo il bianco e il nero. Perché siamo tutti di Siena.

“Dai, siamo tutti di Siena” me lo disse anche quel bordello di un’altra Contrada che avevo trovato per caso in vacanza e che a Siena appena mi salutava, quando gli prestai una fiche al Casinò di Saint Vincent.

“Grandi! Siamo tutti di Siena, perdio!”, ho pensato dal mio comodo divano quando alcuni miei amici sono andati a cucinare d’inverno per i terremotati.

“Cheddì, lo saprò? Siamo tutti di Siena” ci disse l’infermiera del pronto soccorso alla quarta flebo del mio migliore amico in coma etilico.

“Votami, siamo tutti di Siena!” mi disse quel candidato consigliere comunale che mi pregava di cercagli una ventina di voti.

“Votami, siamo tutti di Siena!” mi confermò anche l’altro consigliere comunale che stava dalla parte opposta.

“Siamo tutti di Siena…” provava a dire il venditore di rose del Bangladesh quando capiva che avevi già bevuto un po’ e ti metteva una rosa gialla in mano sapendo che non l’avresti fatta cadere per terra.

“Siamo tutti di Siena” gridano dei novelli Barbicone, pronti a defenestrare i potenti che hanno votato democraticamente. Con la stessa coerenza dello schizofrenico protagonista di Shining.

“Siamo tutti di Siena” leggo oggi su Facebook da gente che si scanna su qualsiasi argomento come se ci fossero ancora Provenzan Salvani e Farinata degli Uberti. Perché è vero, siamo tutti di Siena, però…ho ragione io!

Lo penso anch’io che siamo tutti di Siena. E come tutti quelli di Siena, ognuno di noi ha un grosso difetto: credere di essere di Siena più di tutti gli altri; di essere in cima al “sienometro”. Anche se poi dichiara che, ci mancherebbe, “siamo tutti di Siena”.

 

L’immagine di testata è un fotogramma della web serie di AOL “Making a scene” con James Franco nella sua citazione di Shining di Stanley Kubrick.

barberi

La quinta dimensione di Siena

Le prime tre dimensioni sono quelle dello spazio, la quarta è quella del tempo. Ce le danno quando si nasce. E fino a qui siamo tutti uguali. L’ho imparato a scuola ma l’ho capito all’Università; mi ci è voluto un film per capirlo. Un film di circa 12 ore in tedesco con sottotitoli in inglese. Se non fosse stato per quella compagna di studi così bella seduta accanto a me, non credo che sarei arrivato ai titoli di coda. Il film si intitolava “Heimat” di Edgar Reitz e racconta la storia di una famiglia tedesca dal periodo del nazismo fino al 1968. Ora che siamo abituati alla lunghezza delle serie televisive magari qualcuno di voi potrà anche prendersi la briga di guardarselo. Merita.

Heimat in tedesco vuol dire più o meno “Madre patria”, anche se tradurre un vocabolo così significativo dal tedesco all’italiano non racconta tutte le sfumature culturali che nel passaggio tra le due lingue inevitabilmente sbiadiscono.

Quel film mi fece capire quanto ognuno di noi sia inesorabilmente e ineluttabilmente collocato nel tempo e nello spazio. Io sono nato a Siena e questo sarà per sempre il mio spazio, anche se un giorno, come il mio amico Dario, deciderò di andare a vivere in Danimarca o se, come il mio amico Leonardo, avrò la sorte di metter su famiglia a Montecarlo. Sono nato a Siena nel 1975 e oltre allo spazio questo è anche il mio tempo: vuol dire che oggi ho 42 anni. E il tempo non si tira indietro nemmeno se guidi una Deloren.

Ma l’essere nato a Siena ci regala anche una quinta dimensione che è quella della Contrada alla quale si appartiene. Sono nato a Siena, nel 1975 e sono dell’Aquila. Eccola lì la mia quinta dimensione che porterò con me fino alla fine. Questa i protagonisti di Heimat non ce l’avevano.

Incrociando queste cinque dimensioni, uno di Siena riesce a capire più o meno chi siete. Perché con l’altalenante destino legato alle sorti del Palio si riesce a stabilire fortune e sfortune paliesche di qualsiasi individuo. Che, nel corso del tempo, inevitabilmente mutano al mutare della banderuola che gira sopra la Torre del Mangia.

Una vecchia signora dall’accento brianzolo accanto al mio ombrellone, oggi mi ha chiesto del Palio. Le ho detto che a diciassette anni avevo visto vincere l’Aquila quattro volte. “Però, lei è fortunato!”.

Vagliela a spiegare la “quinta dimensione” a una che per tutta la vita ne ha avute soltanto quattro.

caramella

La caramella amara che non puoi sputare

Il dolore per la perdita di un amico è una caramella amara che non puoi sputare. Ci sono caramelle piccole e altre grandi come una pallina da ping pong, che non lasciano spazio a nessun altro sapore e che un dio pagano molto bastardo ha deciso di metterti in bocca, solo perché ne aveva voglia.
Una caramella di fiele, foderata di radicchio e impastata col cerume. Dura come un sasso.
Ti tocca tenerla lì, e tutto quello che provi a mettere in bocca, anche fosse miele, ti sembra amaro. E non c’è requie: giorno e notte hai l’amaro in bocca.
Ci sono alcuni che hanno la saliva più forte, forse più acida, e dopo un po’ di tempo, riescono ad ingoiarla. Altri che hanno una saliva più dolce e proprio non ce la fanno. Che vivono costantemente con la voglia di vomitarla. Ma quel dio bastardo ha deciso che deve restare lì.
E allora ci vuole pazienza. Che se non ce l’hai vorresti morire anche te.
E avresti voglia di masticarla, di romperla come fai con le caramelle di zucchero. Ma i tuoi denti sono denti che se schiacci forte si rompono. Io c’ho provato a romperla e ho perso tutti i molari. Allora ho cominciato a succhiarla, in silenzio, prendendola per sfinimento. Per farla ammorbidire. O almeno ci provo. Grattandole i bordi come il conte di Montecristo che, per uscire di galera ci provava con un cucchiaino. E a forza di succhiare cerco di isolare l’amaro dagli altri sapori che la vita mi propone. Vabbè, l’amaro prevale ma si comincia a risentire anche il salato, il frizzante, il piccante. Ci vuole tempo, non bisogna avere furia. Che via via, di caramelle amare più o meno grosse, ti toccherà risucchiarle. E se non ti abitui, ti dimentichi di quando eri un bambino e le caramelle che ti davano avevano solo un sapore dolce. Quello che le caramelle dovrebbero avere.

Siena, 1 giugno.

Obama

Barack & burattini

Alcune piccole premesse per chi dovesse leggere questo post:
1) non sono uno che ha la puzza sotto il naso, ma nemmeno uno con l’anello al naso
2) non sono radical, né tantomeno chic
3) forse, se fossi stato in città ieri, il mio filmino con Obama l’avrei postato anche io
4) voglio bene a Siena esattamente come voi, né più, né meno.
5) se venisse un Obama al giorno sarei più che felice

Bene, ora posso partire a scrivere.

Ho visto sui social un grande interesse tra i miei concittadini per l’arrivo di Obama a Siena. Bene. Mi ha ricordato l’arrivo di Carlo V salutato da folle festanti. Quindi mi giunge d’obbligo, per amor di metafora, provare a ragionare “alla senese” per cercare di spiegare quel che penso di Obama.

Obama è l’ex capitano di quella contradona che ci ha fatto fare da sgabello fin da quando nel ’44 ci fece togliere la cuffia. Che c’entra, è vero anche che nel ’44 si veniva fuori da un periodo nero e che negli ultimi due o tre anni ce ne avevano date come noci. Ê vero che ci pagarono il Palio e ci ricostruirono la società che ci avevano bombardato. Ci dettero fantino e rincorsa. Da allora siamo alleati ma il rinfresco glielo facciamo solo noi. Che c’entra, gli s’è mandato una manciata di delinquenti a vivere nel loro territorio che si sono anche organizzati e qualche volta sono entrati anche in Seggio. Però loro c’hanno messo le mattonelle e i braccialetti nelle nostre strade, quando ci sono le elezioni, la commissione elettorale sente anche loro. Una volta ci hanno fatto trovare un nostro ex priore in un bagagliaio e ci hanno tirato un missile nel palco per le prove. Ma non è sicuro che siano stati loro.
Ragazzi, non scherziamo, mica dico che la cuffia sarebbe stata meglio, o che sarebbe stato meglio essere sgabelli della loro avversaria. Però c’è toccato ingollare diversi fantini che facevano quello che conveniva a loro, specialmente il Gobbo Saragiolo. Ogni tanto c’hanno fatto vincere qualche prova, anche qualche Palio via via per farci credere che si stava bene. Però, diciamocelo, si voleva essere liberi di comandare e c’hanno soverchiato. E ce lo siamo anche fatto garbare.
Ieri è venuto l’ex capitano, quello simpatico, uno del popolino a giudicare dal colore. Infatti, come quelli del popolino, gioca a golf e fa una bella sottoscrizione.
Il capitano nòvo, invece, non mi garba per niente. Alle elezioni è passato male e gli si sono dimessi già un mangino e il vicebarbaresco. Ha fatto il capitano solo perché è pieno di quattrini. È uno che le spara grosse. Secondo me non arriva alla fine de mandato. Lo fanno dimette’ prima.
Almeno poi ritorna quello ganzo, che mangia la tagliata coi porcini del congelatore. E quando girano gli si riapre la chiesa e gli si spiega colle bandiere. Che tanto come bisogna fare il Palio ce lo spiega lui.

IMG_2852

La borsa degli spilli

Mio Nonno Giovanni faceva l'”apparatore”. Era l’unico a Siena che faceva quel mestiere. Anche il correttore di word me lo segna di rosso e questo la dice lunga su quanti apparatori ci siano in circolazione. Credo che mio nonno sia stato l’ultimo. Un apparatore era un artigiano che, avendo a disposizione competenze, stoffa e talento da tappezziere, veniva chiamato da tutti quelli che a Siena e provincia dovevano “apparecchiare” un evento mondano con stoffe e tappeti. I suoi lavori erano gli allestimenti delle Chiese dove si celebravano cerimonie, gli eventi istituzionali, i comizi politici e qualche altra occasione per privati disposti a spendere nel bello. Mio Nonno e mia Nonna Marina mi hanno cresciuto tra la casa dove ora vivo e la loro bottega che si trovava in fondo a Costalarga in quello slargo che tramuta Casato di Sopra in Casato di Sotto, proprio accanto al Bar di Giangio. Nanni parlava poco con tutti, tranne che con me e, nonostante le sue labbra sempre piene di spilli, mi ha insegnato che per parlare con un bambino non bisogna cambiare la voce, basta cambiare le parole. Il Nonno aveva una borsa di cuoio dentro la quale teneva martello, pinze, tenaglie, tronchesi e una miriade di spilli. Una volta ci infilai una mano e mi ricordo ancora bene che fu come se l’avessi messa dentro ad un alveare. Piansi mentre lui rideva. Per farmi calmare mi portó a Pian delle Fornaci “a pulire le guide”. Proprio dietro l’ippodromo c’era un prato che, la mattina, verso la fine dell’estate, quando sull’erba si forma la rugiada, era il luogo ideale per togliere la polvere dai lunghi pezzi di stoffa che venivano messi in terra a mo’ di “red carpet” durante una cerimonia. Io mi sedevo in fondo alla guida per fare da contrappeso e lui dalla parte opposta mi trascinava sull’erba bagnata per decine di metri che servivano al tappeto per ripulirsi e a me per sentirmi Aladino sul tappeto volante. Poi si ritornava a bottega in quella decrepita Renault con il gobbino portafortuna attaccato allo specchietto. E la borsa degli spilli non faceva più male.

Quando ci ripenso mi ricordo ancora dell’odore di quella borsa. Era l’odore di tutte le chiese del mondo, di tutti i palazzi e di tutta la polvere che c’era dentro. A volta mi capita ancora di infilare la testa nei miei ricordi del passato più o meno recente. Alcune le volte ci trovo gli spilli, altre la rugiada.

Forse, il più grande insegnamento che mi ha dato mio Nonno, ora che sono un uomo e lui non c’è più, è che, con il tempo, anche una borsa di spilli, che quando ci mettevi una mano ti faceva piangere, può trasformarsi in un ricordo bello e dolce.

ginocchio sbucciato

I ginocchi sbucciati

A Siena le ginocchia si chiamano “ginocchi” per cui passatemi la licenza poetica del titolo.

Stamani ho rivisto, dopo tanto tempo, un esemplare di bambino con i ginocchi sbucciati. Credevo fossero in via d’estinzione e invece, quel ragazzino che andava a scuola con un pantalone della tuta alzato e con il ginocchio fasciato da una garza, mi ha rimesso in moto la mia macchina del tempo personale. Mi ero rassegnato al fatto che i bambini avessero smesso di giocare per la strada procurandosi delle ferite e quella gamba malconcia mi ha restituito una speranza. La speranza di rivedere qualche gruppetto di bambini che, invece di andare a scuola, si trovano in Piazza del Mercato a fare il Palio delle biciclette, tirandole a sorte perché nel Palio si fa così e poi tornano a casa inventandosene un’altra per giustificare quei jeans strappati e sanguinosi. Mi ero rassegnato al fatto che a forza di difendere i nostri figli dal bullismo, gli abbiamo tolto l’educazione dello scapaccione, della masa, del biscotto, della piffera dati a fin di bene.
Mi ero rassegnato al fatto che, in un mondo in cui tutto è organizzato, anche il tempo libero ci rende prigionieri. Prigionieri di orari da rispettare, di lezioni di sport dove gli amici non li scegli da solo, prigionieri di un’educazione che non prevede la maleducazione che si trova in natura nel corso della vita. I ginocchi sbucciati erano un dolore terapeutico, perché la vita ha bisogno di croste che si formano e poi staccano al tempo giusto. E se provi a staccarti le croste dal ginocchio prima del tempo, nove volte su dieci tocca ripartire da capo, dalla carne viva. Ed è più facile che resti la cicatrice.

Siano benedetti i ginocchi sbucciati e sia benedetta la vita, anche quando è dura e grigia come la pietra serena.