scared little girl in her bed

I sei gradi della Paura

Se gli Ammerigheni vi hanno convinto che a fine ottobre la zucca è meglio del Pan co’ Santi, ecco una piccola infografica per aiutavi ad usare in maniera appropriata il termine “paura”. Perché le emozioni hanno tante sfumature e, se proprio volete avere paura, cercate di farlo con la terminologia corretta.

i sei gradi della paura

Infografica: i sei gradi della paura

Detto questo, qui sotto proverò a fare degli esempi per chiarire meglio quello che l’infografica potrebbe non avere descritto bene:

5 esempi di TIMORE:

  1. “Ho il timore che quella cosa che ho appena mangiato non sia Nutella”
  2. “Ho il timore che per i prossimi due mesi non perderò un etto.”
  3. “Temo che Babbo Natale non esista, diciamo”
  4. “Temo che se vado al Vinitaly mi ubriacherò selvaggiamente”
  5. “Temo che anche quest’anno non comprerò mai la Gazzetta dello Sport”

5 esempi di ANSIA:

  1. “Tra due mesi devo fare le analisi del sangue. Che ansia!”
  2. “Il fatto che su quella lettera ci sia scritto Equitalia mi genera un pochina di ansia…”
  3. “Domani c’è lo sciopero dei taxi, sono in ansia”
  4. “E’ già un mese che non so come sta Jon Snow, sono in ansia per lui”
  5. “Il mio amico Leonardo Di Caprio si è lasciato con la fidanzata, ma tanto in ansia per lui non ci sto”

5 esempi di SPAVENTO:

  1. “Ahhhh, è finito il prosecco!”
  2. “Oddio, non sei una donna?” “No, tesoro!”
  3. “Cos’era quel flash?” “L’autovelox!”
  4. “Mammaaaa! Cos’è quella cosa nel piatto?” “Lasagne, amore!”
  5. “Ahhhhh, che paura!” “Vabbè, ritorna quando ho finito di truccarmi!”

5 esempi di PANICO:

  1. “Perché quel signore con la barba e il turbante ha appena sgozzato la hostess???!!!!!”
  2. “Dottore, perché sta piangendo con le mie analisi in mano?”
  3. “Qualcuno tiri subito fuori un caricabatterie dell’iphone, vi prego!!!!”
  4. “Come si fa ad uscire da questo cazzo di Sebach!!! Aiutooo!!!!”
  5. “Cosa intende con “Le hanno clonato la carta di credito?!””

5 esempi di TERRORE:

  1. “Non c’è il wifi in questo albergo? Ma sta scherzando?”
  2. “Dottore sia più chiaro, cosa significa “sono tre gemelli”?”
  3. “Ma davvero siamo ad una degustazione di tofu?”
  4. “Dove mi avete trasferito? A Vibo Valenzia????”
  5. “Negli alpini? Ma io lo avevo scritto per scherzo!!!”

5 esempi di ORRORE:

  1. “Ha vinto Trump? Noooo!”
  2. “Da quando hanno aperto il ristorante cinese non trovo più il gatto.”
  3. “Ma davvero dopo la palestra non fai la doccia?” “Se è per questo neanche quando torno a casa!”
  4. “Rivestiti, ti prego!”
  5. “Vabbene l’ascensore bloccato da stamani, ma almeno non scorreggiate, cazzo!”

 

 

maestà di duccio

La Maestà di Duccio è stata “arte contemporanea”

Come si fa a difendere la tradizione? Me lo domando da tanto tempo e spesso i social servono più a smontare che a costruire dei nuovi convincimenti in merito.

Punto uno: cosa è la tradizione? Fino a che era viva la mia nonna Marina  era “tradizione” mangiare il pollo in galantina la sera di Natale. Fino a che non morì un cavallo tra i tavolini apparecchiati in Piazza era “tradizione” guardare le prove di notte senza che nessuno facesse pulito. Fino a che c’erano le Torri Gemelle era tradizione scattarsi una bella foto dall’ultimo piano della Torre Nord. Fino a che c’era il Monte bello solido e rigoglioso era “tradizione” andare a fare la questua per qualsiasi bella idea. Non confondiamo la tradizione con le abitudini che ci fanno comodo.

Punto due: cosa è consono con una città medievale? E qui si apre un mondo. Perché se si ragiona per estetica, allora si va di opinione ma se si ragiona per coerenza e si vuole proprio essere ortodossi, allora bisogna togliere tutto ciò che con il medioevo proprio non c’entra niente: il sushi, il kebab (magari qualche cavaliere templare durante le Crociate l’ha mangiato, chissà), la ZTL, le telecamere (e chi glielo spiega agli amici della Lega), le scale mobili, la stazione, la tangenziale, i bancomat, i tornelli allo stadio, lo stadio, la Robur 1904, il cinema in Fortezza, la Fortezza (che ci ricorda che se ne buscava come noci), la Divina Bellezza, i distributori di panforte dentro al Duomo, la Camera di Commercio (ahhh, che soddisfazione), la cablatura e il Chiosco di Milkone, perché il lampredotto è fiorentino e qui a Sienona si mangia la trippa al sugo, per tradizione!

Punto tre: chi deve difendere la tradizione? Anche qui l’affare si ingrossa. La risposta è ardua: Quelli di Monteaperti? Quelli di Chiusi? Quelli delle Lastre? Quelli del Giuggiolo? Quelli con l’I726? Quelli con l’Isee? Quelli dell’Isis? Quelli dell’Isola d’Arbia? Il mio pensiero, per quel poco che può valere, è che la tradizione, ammesso che si riesca a capire cos’è, la debba difendere chi ama la tradizione più di se stesso. E intendo tutta la tradizione, non solo quella che risponde ai suoi colori e soprattutto ai suoi tornaconti.

Punto quattro: come si difende la tradizione dai difensori della tradizione? Questa è facile; ci vuole veramente poco: basta capire la sottile differenza tra chi parla davvero in favore della tradizione e chi latra.

Punto cinque: la grandezza di un’epoca sta nel difendere il passato ma cercare di creare un futuro. Mi immagino che anche Duccio, Simone e i Lorenzetti, abbiano dovuto sorbirsi le infamate da parte di chi giudicava la loro arte contemporanea, uno scempio dello status quo. Beati loro che non dovevano rispondere su facebook, sennò sai che madonne!

scarpette baby

“Dopodomani” è un gran giorno

Dei giorni della vita, quello che preferisco è “dopodomani”. Perché “dopodomani” ti concede di avere un giorno in più per essere pronto.

Quando sei a scuola, se proprio ti devono interrogare, è meglio che sia dopodomani. Perché hai sempre l’illusione che se qualcosa la puoi aggiustare la aggiusterai domani. E dopodomani farai il culo alla professoressa. 

Dopodomani si parte per un viaggio. “Hai preparato tutto?” “Tranquilla, le ultime cose si fanno domani!”

Due giorni prima di “dopodomani” non c’è ansia, quella si rimanda a domani. E avere l’illusione di avere un giorno in più ti fa godere il bello di quello che porrebbe essere. 

“Quando me lo presenti quel lavoro? Domani?” “No dai, facciamo dopodomani.”

Sono uno che ha sempre odiato rimandare le cose. Uno di quelli che mangiavano sempre l’uovo in culo alla gallina. A quarant’anni suonati ho imparato che pensarci un giorno in più fa venire le cose meglio.

La vigilia è il giorno dei dubbi, il giorno prima della vigilia è quello dei sogni.

Anche nel Palio, dei quattro giorni, il più bello è quello dove si corre dopodomani. Perché tutti sanno che, male che vada, domani è un altro giorno per godersela. Invece no. Domani si rimugina, si pensa che ci sarà qualcosa che potrebbe andare storto, che ieri si poteva fare qualcosa in più. Ma ieri era ieri, era il giorno delle speranze. Chi se ne frega.

Da quando ho imparato a godermi le cose che accadranno dopodomani vivo meglio. Provateci anche voi, poi mi raccontate.

A proposito, dopodomani nasce mio figlio. Ci sentiamo dopodomani. Oggi me la godo.

politica senese

La politica del “livellamento in basso”

La Politica è caduta in basso. Non ci sono più i “tromboni” di una volta (che a Siena non sono “quelli che se la credono”, ma quelli che si spera ci tocchino in sorte) e la superiorità, se c’è, è tutto tranne che manifesta.

Sono anni che ci dobbiamo accontentare di un livellamento in basso dei nostri politici, dal livello nazionale a quello locale. Sono anni che non “si salta” dopo un’elezione. Ci tocca fare il Palio con quello che ti danno. Si torna sempre a casa col capo basso, sperando che ti tocchi il meno peggio. Perché quando c’è un livellamento in basso, i troiai sono troiai veri. C’è quello che non vuole saperne di stare al canape e ti posta l’hashtag razzista su Facebook, quello che non vuole entrare se è di rincorsa e ti cambia idea al momento della votazione decisiva, quello che dopo due giri primo si dimette, quello che va a dritto a tutte le curve, quello che fa emorragia di voti, quello che sembra che tu ci possa fare una bella paliata ma poi, nella stalla, inizia a dimagrire e non ci ricavi più niente.

In Politica il livello basso non paga quasi mai. Perché, proprio come accade nel Palio, che per fare le metafore pare fatto apposta, alla fine “quello che vince” c’è sempre. L’unica differenza è che in un caso ti metti il ciuccio e ti diverti, nell’altro la poltrona la danno a lui. E poi te lo ciucci.

jon snow

Il giorno in cui finirà Il Trono di Spade

 

Il giorno in cui finirà “Il Trono di Spade” sarà più o meno come il giorno in cui ti dicono che devi proprio smettere di farti le pere. “Hai capito?! Devi smet-te-re!”
Inizialmente ci sentiremo liberati; sono otto anni che siamo entrati nel tunnel, ma già dal giorno dopo, come tossici in cerca di una dose, andremo a rivederci la prima puntata della prima stagione. Lo faremo con gli occhi pieni di pianto, perché, di certo, nell’ultimissima puntata qualcuno a cui ci siamo affezionati morirà di sicuro. Perché gli autori de “Il trono di spade” non hanno fatto lo stage alla Disney: il lieto fine scordatevelo. I bambini o vengono accoppati o gambizzati, nel migliore dei casi restano orfani e gli tocca iniziare a tagliare gole; le fanciulle se sono buone e belle vengono avvelenate, stuprate o fatte saltare per aria (e non sempre in questo ordine); gli eroi decapitati o mutilati; i ritardati schiacciati davanti a una porta, i nani traditi.
Ciò di cui non possiamo fare a meno in questa serie è il verismo della crudeltà che, infilato tra draghi e giganti, ci fa sentire meno sadici.
Come succede quando sei obbligato a recarti al SERT, ti daranno un po’ di merchandising per farti passare l’astinenza e allora sceglierai la maglietta con il lupo o con il totano dei Greyjoy, per fare lo sfigato con le palle (che poi i Greyjoy, diciamocelo, non è che brillino per questo). Oppure ti troverai su Amazon a cercare con la bava alla bocca la action figure di Hodor o di Brienne di Tarth. Io sceglierò quella del grasso ubriacone Robert Baratheon, ma non vi dirò mai il perché.
Quando finirà il Trono di Spade pregheremo i vecchi e i nuovi Dei che almeno ci mandino in onda uno spin off su Valirya o su i Guardiani della Notte. Andremo su youtube a cercare informazioni sulla fine che hanno fatto quei pochi che si sono salvati dal fuoco dei draghi o dall’altofuoco.
E sarà così fino a che qualche nostro amico pusher non ci spingerà verso una nuova serie per la quale rischieremo di nuovo l’overdose.
Perché si può anche vivere senza droghe, si può smettere con fatica di bere e di fumare e anche del sesso se ne può fare, con l’esperienza, a meno. Ma, fino a che siamo vivi, qualche dipendenza bisognerà pur averla.
Man suffers from diarrhea holds toilet paper roll

Diosmectal non è una bestemmia

Quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: voglio essere Adamo. No, non per girare nudo come un baco per il Paradiso, né per lavorare con sudore per aver mangiato una mela: la quale toglie sì, il medico di torno ma ti mette anche nei casini se ti avevano detto di non prenderla.

Volevo essere Adamo perché era quello che per primo dette i nomi alle cose. Vuoi mettere quante fatture da copywriter avrei potuto staccare. Avrei fatto di meglio di quello che chiamò la candela “moccolo” o di quello che vedendo un fiore giallo lo nomò “pisciacane”.

Sicuramente non avrei potuto fare meglio del copy che ha dato il nome a quella medicina che ho preso oggi in farmacia: il Diosmectal.

Vuoi per il caldo di Caronte, vuoi perché questo Palio mi è rimasto indigesto, fattostà che è dal 3 di luglio che passo le notti in bianco. Ora, bianco è una parola grossa. Diciamo marroncino. Ecco, rende di più l’idea.

Stamani sono uscito di casa come se mi avesse svegliato George Romero e mi sono trascinato a lavoro dopo aver seguito tre giorni di consigli naturali e “omeopatici”.

“Prendi un teino caldo col limone”. Certo! L’ho fatto. Con la conseguenza che mentre ero al bagno sudavo anche.

“Prendi un paio di banane”. Sì ma l’unico modo perché abbiano effetto è che mi ci metta a sedere sopra.

“Fatti una pasta in bianco!”. Tortellini con la panna è in bianco, vero?

Insomma, niente. Nulla da fare. L’unica sensazione era quella di avere Barry White nel duodeno. Gonfio e gorgogliante con tonalità che sfiorano il rutto.

Così mi sono deciso e sono entrato in farmacia. La farmacista, alla quale ho raccontato per filo e per segno tutto senza vergogna (questo blog mi ha azzerato i freni inibitori), mi ha detto: “Ci penso io!”

E’ tornata con una scatola contenente delle bustine dicendomi: “Una subito e una prima di andare a letto!”.

Io ho preso quella “subito”.

E’ praticamente un etto di calcina che devi ingoiare mescolata con l’acqua. Il problema è che non si scioglie e resta in fondo al bicchiere. Così la devi prendere a cucchiaiate.

E’ MIRACOLOSO!!!

Credo l’abbia inventato quello che tirò su il Muro di Berlino in una notte. Si forma un parapetto matton per ritto tra i colon e l’intestino tenue. Senti questa muraglia cinese in cui la flora batterica, ormai separata per sempre, cerca di mandarsi messaggi in bottiglia. Sei murato vivo! Se lo scopre Trump, addio Messico.

Ma sei felice.

E’ così che deve essersi sentito il copy che gli ha dato il nome: “Diosmectal”. Basta una bustina e smetti di fare tutto. Soprattutto di bestemmiare.

La domanda che mi pongo adesso è: quella prima di andare a letto, a che serve?

despa-cito

Despa Cito

Il tormentone da milioni di click che ha dato il colpo di grazia alla mia già precaria relazione con il mio cognome.

Alla fine degli anni ’70 essere nati a Siena e possedere un cognome che non finiva per “i” (ma era preferibile uno che finiva per “ini”), era abbastanza raro. Invece non era raro essere preso in giro per quella “o” che lo chiudeva. Vaglielo a spiegare che, da parte di mamma sono discendente di quelli che hanno scolpito le statue del Duomo, di quello che ha restaurato l’affresco dietro l’altare della Santissima Annunziata, che il mi’ nonno era amico di Mastuchino e che il mì bisnonno era protettore di sette contrade (perché prima funzionava così, se volevi bene a Siena).
Non c’era verso, per gran parte dei compagni di classe ero un “terrone”. Uno, una volta mi spiegò che ero stato sfortunato perché se almeno il cognome fosse finito con la “a” potevo fare finta di essere di Milano. Ma con la “o” non c’era scampo: terrone!

Il nome te lo porti dietro a vita e io ne avevo uno che, per gli “amici” mi faceva sembrare il fratello della scimmia di Tarzan. Feci delle rimostranze a mio padre chiedendogli almeno di poter utilizzare il cognome di mia nonna paterna. “Lentini” era camuffabilissimo e mi avrebbe mimetizzato alla grande tra i vari Bossini, Cesarini, Lombardini, Ceccherini, Bernini, Bruschettini. Lui provò a spiegarmi che Cito vuol dire veloce e che i suoi avi non erano gli Zulù ma Pitagora e Archimede. Tuttavia ma non fu abbastanza convincente. Smisi anche di leggere Topolino per essere sicuro di non trovare tracce del mio trisavolo Archimede Pitagorico.

Il nome comune era Bianciardi, c’era almeno un Bianciardi in ogni classe (io ne avevo due). Per farsi burla di me il mio amico Duccio, dall’alto del suo “Naldini”, mi chiama ancora “Bianciardino”. Come a dire: “sei di Siena anche te, dai. Però meno.”
Al liceo la botta grossa arrivò quando quella splendida ragazza di terza mi chiese: “E a te perché ti chiamano Cito?”. Fu lì, credo, che iniziai a masticarmi le unghie.

Le ore di scienze erano tutte una risata; per gli altri. Quando la prof spiegava le cellule: citologia, citoplasma, citozoi, citomegalovirus erano come una puntata di Mr Bean. Peccato che Mr Bean fossi io. Vissi un attimo di pausa quando passò dal Tolomei una ragazza che di cognome faceva “Chiavai”. Ahahahahhah, chiavai!!!! Ma, maledizione, cambiò subito scuola prima della fine del quadrimestre.
Erano gli anni del “Drive-in” e la domenica sera Giorgio Faletti, che ancora non aveva scoperto di essere uno scrittore di best seller, faceva Vito Catozzo, il poliziotto terroncello tamarro con la pancia. Secondo voi come mi chiamavano a scuola il lunedì mattina? Cito Catozzo.

Finalmente arrivò la maturità. “Alè! Andiamo all’università, lì di gente con il cognome strano sai quanta ce n’è!!!”
Al primo esame di inglese il professore scozzese mi segna come “Gamoiero Ciko” (c’è qualche stupido amichetto che fa il giornalista che mi chiama ancora così). L’anno dopo, seduti all’appello di informatica generale, il professore ci chiama in ordine alfabetico. Quando dalla C passa alla D, inizio a temere il peggio. Lo faccio arrivare in fondo e, siccome non ero stato chiamato, alzo la mano. Scoprii così di essere stato iscritto come Ciro Giampiastro. E per giunta bocciai anche all’esame.
Con l’età ho imparato a conviverci (mi ricordo anche di aver consolato mio padre quando indagarono il sindaco di Taranto che si chiamava come noi e che “non gli somigghia pe nniente”, praticamente due gemelli omozigoti).
Ho superato le prese di culo, i versi della scimmietta, i saluti alla Padrino, le domande su cosa avrei fatto se avesse vinto la Lega.

Ma quando, per colpa di quella canzoncina di merda, che fa “Pasito, pasito”, da qualche mese la gente ha cominciato a chiamarmi Despa, mi viene voglia di andare all’anagrafe e dargli foco. E per combustibile uso un dj che ama il commerciale latinoamericano.

Ps. Babbo, si fa per scherzare.

ciliegie

Le ciliegie e gli uccelli migratori

Non avendo alcun talento nello sport, il mio sport preferito è sempre stato quello di cercare metafore universali nelle piccole immagini del quotidiano. Passeggiando intorno agli alberi della casa in campagna, mi sono messo ad osservare il ciliegio, bello carico di bacche ancora verdi. Ho pensato ad alta voce: “quest’anno ne ha fatte una marea”. Mia madre ha subito stroncato il mio ottimismo, “dipende da quante ce ne lasceranno gli uccelli”.
Sì, perché ogni anno in questa stagione si combatte una battaglia senza esclusione di colpi (ma senza sparare) tra i miei genitori e stormi di merli, passeri, storni e pettirossi. Credo che Hitchcock si sia ispirato al mio orto quando ha girato “Gli uccelli”.
In questa lotta ci ho rivisto la vanità di chi affronta il tema dell’immigrazione con l’illusione di poterlo gestire e controllare a proprio uso e consumo, come se, solo per il fatto di essere nati qui, fossimo noi i padroni del ciliegio.

Ho quindi elaborato una serie di proposte per risolvere una volta per tutte la questione:

1. Partendo dal dato di fatto che il ciliegio è nostro, lo dice il catasto, chi vorrà mangiare le nostre ciliegie dovrà, per forza, passare il cancello e chiederci il permesso. Se i richiedenti arrivano dal cielo, almeno ci facciano la cortesia di arrivare alla spicciolata e non in gruppi superiori a 10. (Ad oggi questa proposta non è stata ascoltata)
2. Per gestire meglio i flussi, si richiede ai volatili di non arrivare tutti nello stesso periodo, quando le ciliegie sono mature, ma di organizzarsi in turni per coprire anche i mesi invernali e quelli estivi, quando le ciliegie non ci sono. (Ci è stato risposto con un fischiettio da un fringuello che aveva tanto il suono di una presa di culo)
3. Dal momento che abbiamo un vicino a destra e uno a sinistra della nostra proprietà, chiediamo ai confinanti di prendersi una parte degli uccelli sui propri ciliegi. Il vicino a sinistra ha detto che lui fa già la sua parte accogliendo stormi e passeri anche nell’albicocco. Quello nella proprietà a destra ha risposto segando il proprio ciliegio e ricavandone un posto auto.
4. Come soluzioni interne ci siamo organizzati in corvè di 6/8 ore per dissuadere i volatili dall’approdare sui nostri rami: mia madre ci parla chiedendo per favore di transitare oltre senza recare disturbo, mio padre ha caricato una raccolta di dvd sui rami sperando che i riflessi sui dischi impauriscano lo stormo. Io ho improvvisato una manifestazione supportata dalla lobby dei fruttivendoli che, temo, abbia dei conflitti di interesse notevoli.
5. Abbiamo pensato di dipingere con lo spray di verde tutte le ciliegie, in questo modo gli uccellini non capiranno che sono mature e noi potremo mangiarle perché siamo più furbi. Non siamo noi quelli dell’illuminismo? (Abbiamo successivamente scoperto che la vernice era tossica)
6. Abbiamo chiesto al Comune di Sovicille di farsi carico del problema perché non può essere mica il singolo, solo perché il suo orto è posizionato proprio dove passano i flussi migratori, a restare senza ciliegie tutti gli anni. Ci è stato risposto che ci stanno pensando ma le priorità sono altre.
7. Abbiamo preso la decisione di cogliere noi le ciliegie e inviare il 10% del raccolto dove gli uccelli hanno svernato, perché è giusto aiutarli a casa loro.
8. Ci sono dei vicini che ci fanno notare che alcuni uccelli si sono permessi di schifare le nostre ciliegie dando una beccata e buttandole in terra. Almeno mangiatele, perdio! Meglio se quelle marcite, tanto per voi che differenza fa?
9. Si è verificato il caso di un merlo che canta “ti mangio ciliegea, no pago affitto”. Mio padre si è subito informato di fosse è quell’imbecille.
10. Alla fine abbiamo fatto una riunione di famiglia dove abbiamo deliberato che a noi di ciliegie bastano due panieri. Ok agli uccelli, basta che tolgano da terra i noccioli.

Mi sono messo a guardare il ciliegio. E’ bellissimo. E penso che sia naturale che continuino a volarci sopra gli uccelli.

Fine della metafora.

insonnia

L’insonnia secondo me

Amici e amiche, faccio outing: sono cintura nera di insonnia. Terzo dan!

Con un ‘esperienza ormai ultra ventennale, posso scrivere un trattato sul perché e come si genera l’insonnia. Quella degli altri non ne ho idea ma la mia credo di avere capito come e quando si manifesta. La mia insonnia è un riflesso condizionato che si attiva in presenza di condizioni in cui la coperta è troppo corta per mancanza di energie, di tempo, di denaro o di stimoli, di ordine.

L’insonnia per mancanza di energie: è quella che mi capita con maggiore frequenza. Più sono stanco e meno dormo. Il problema è che meno dormo e più sono stanco. Capita di arrivare a casa, cenare, accasciarsi sul divano e perdere la vita per un’ora e in quarto e poi, verso le 23.00, risvegliarsi con gli occhi a civetta e chiedersi: “E ora che cazzo faccio fino a domattina?”. Perché il sonno è come la Pasqua, quando arriva arriva (meglio se non stai guidando). Ma quando se ne va, non c’è Pasquetta. E’ andato. Fine. Se ne riparla domani dalle 21.45 alle 23.00. E durante la notte insonne, te che sei lungimirante, nel senso che prevedi che domani pomeriggio in riunione parlerai come Sloth dei Goonies tra gli applausi degli astanti, cerchi di portarti avanti con il lavoro del giorno dopo. E capita anche che vengano fuori delle ottime idee che, facendo entrare in circolo una spruzzata di adrenalina, ti levano le briciole di sonno che ti erano rimaste.

L’insonnia per mancanza di tempo: è quella che accade quando ti rendi conto che ti si sono accumulate trecento cose da fare di cui ti manca da fare il 4% per arrivare in fondo ma che ti generano un’ansia micidiale. Un piccolo trucco per superarla immediatamente è quella di farsi una bella lista di cose da fare. Di solito alla fine della lista ti addormenti per 3 quarti d’ora che, nell’economia generale della giornata sono come una ricarica telefonica da 2 euro (serve a poco ma meglio di niente).

L’insonnia per mancanza di denaro: quando si verifica, solitamente, non passa in un periodo breve. Si curerebbe con una bella vincita al lotto, non dico Superenalotto eh, l’insonne per mancanza di denaro ha aspettative basse, che di solito coincidono con le cartelle di Equitalia che ha fatto rateizzare al commercialista. Da questo tipo di insonnia sono esenti i menefreghisti e i cascatori in piedi. Per tutti gli altri non c’è nemmeno più Mastercard.

L’insonnia per mancanza di stimoli: la noia si nasconde letteralmente dentro la parola insonnia, fateci caso. Quando siete apatici, senza motivazioni, senza cose pianificate da portare in fondo, è proprio lì che perdete il sonno. L’avere tempo a disposizione, mentalmente vi tiene svegli per non perdere il tempo del sonno che sarebbe prezioso per pensare a come riempire il tempo della veglia. Il ragionamento è un po’ contorto ma se lo leggete con calma lo capite. Tanto avete tutta la notte per rimuginarci sopra.

L’insonnia per mancanza di organizzazione: è quella che succede perché non avete organizzato bene quello che avete da fare. Come tutti gli altri tipi di insonnia si cura cercando di mettere in fila le cose assumendo nel tempo la consapevolezza che c’è sempre qualcosa di prioritario e di secondario. E le cose secondarie a volte è bene lasciarsele dietro le spalle. Perché, anche se non dormi, la giornata sempre di 24 ore è. E di più non è possibile ottenere dal proprio tempo a disposizione

 

Qualunque sia la vostra insonnia abituatevi a gestirvela da soli e se vivete o volete bene a qualcuno che ne soffre non gli dite: “Devi dormire!”. Chiedetegli piuttosto: “Quale mancanza hai che posso aiutarti a colmare?”

 

PS. Sulla mia tomba scriveteci: “Risposa in pace. Almeno ora. Forse.”

L’immagine è tratta da una campagna pubblicitaria realizzata dall’agenzia brasiliana Carnaby per le palestre Corpus Academia Gym.

belly bag

Indizi che ti fanno capire che sei grasso

Una sera di qualche anno fa avevo invitato un po’ di amici a cena. Inevitabilmente, dopo il dolce parte il giochino alcolico: “Quanto pesa?”

A turno si sceglieva un oggetto presente nella stanza e tutti si doveva indovinare il peso esatto. Dopo la controprova sulla bilancia da cucina, chi si era avvicinato di meno, beveva. Facile, no?

Quando il tasso alcolemico era salito abbastanza, si passò a cercare di indovinare il peso dei presenti. C’era anche un noto parcheggiatore che, all’epoca era, diciamo, la mia custodia. Tutti gli attribuivano 145, 148 kg e lui spavaldo, era sicuro di essere 130 kg. Esatti.

Aveva ragione lui! La bilancia segnava esattamente 130 kg. A qualcun altro venne in mente di girare la bilancia e sul retro c’era scritto: “pesa fino a 130 kg”! Di più la bilancia non dichiarava.

Quella sera ho capito che, anche se lo vuoi negare agli altri e a te stesso, ci sono degli indizi che ti fanno capire che dovresti metterti a dieta. Eccone alcuni:

  • Quando sali sulla bilancia e stai sulle punte tipo Roberto Bolle sperando di rubare 3 etti.
  • Quando ti pieghi per legarti le scarpe e devi rialzarti per riprendere fiato due o tre volte perché la pancia ti strizza i polmoni.
  • Quando entri in un negozio di vestiti e chiedi sorridendo alla commessa: “Avete niente per me?” E lei risponde convinta: “No!”
  • Quando ti trovi a Broadway e leggi su un’insegna luminosa: “Fame” e la tua compagna ti dice: “Guarda che è un musical!”
  • Quando ti rendi conto di avere cambiato più dietologi te che allenatori Zamparini.
  • Quando ingenuamente dichiari durante una cena coi tuoi amici che ora fai la dieta a zona consigliata da un dietologo che tutti conoscono fin dall’infanzia e loro lo chiamano, lo mettono in vivavoce cantando “Fallo sudare, o Lello fallo sudare”. E dopo due mesi lui cambia lavoro.
  • Quando mentre fai all’amore non ti devi preoccupare soltanto della tua erezione e dell’altrui godimento ma anche delle doghe del letto.
  • Quando in confronto a te, i quadri di Botero sembrano opere di Modigliani
  • Quando vai da un tatuatore e ti fa un preventivo al metro quadro.
  • Quando a tuo padre, che non è esattamente un’acciuga, gli passi i vestiti di quando eri meno grasso.
  • Quando l’unica cosa che riesci a dire in cima alle scale è “ihhhhhhhh”….
  • Quando fai pipì e per vedertelo ti devi sporgere e, siccome ti pesa anche il capo, caschi in avanti e con la testa tiri lo sciacquone.
  • Quando, se dormi a pancia sotto, ti viene la gobba.
  • Quando trovi Rotolone e ti dice: “Ti dovresti riguardare!”
  • Quando sei in aereo e prima del decollo il tuo vicino di posto chiede alla hostess se può sedersi accanto a quell’arabo con lo zaino che sta pregando.
  • L’immagine è ripresa da una campagna del 2011 che pubblicizzava un corso di pilates a Istanbul e Ankara. L’autore è Fatih Şenay, potete vedere altri suoi lavori qui.