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Il Palio “attaccato”

Nel 2000 mi sono laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena con una tesi dal titolo “Il Palio Attaccato” (relatore Maurizio Boldrini, correlatore Omar Calabrese).  A Siena “attaccare il Palio” significa averlo vinto e appeso a una delle pareti del proprio Museo di Contrada. Ma vuol dire anche scatenarsi dall’esterno contro la Festa, con la volontà di screditarla e danneggiarla. Sono passati quasi 20 anni da quel mio studio che provava a capire e dare un senso al perché molti ce l’abbiano con noi. Se avete voglia, vi lascio qui sotto un brano di quel lavoro che in questi giorni sono andato a rileggermi con piacere.

IL “DENTRO” ED IL “FUORI”

Il Palio ha due prospettive dalle quali può essere guardato e vissuto: il “dentro” ed il “fuori”.  Una visione profonda, contrapposta ad una visione superficiale della Festa e dei suoi significati.

Prima di andare ad esaminare i due gruppi contrapposti nel dibattito riguardante la morte dei cavalli nel Palio, ognuno dei quali fa propria una delle due prospettive (difensori del Palio/dentro vs detrattori del Palio/fuori), vale la pena di soffermarsi ad analizzare il Palio stesso nella sua essenza. Da qui si troveranno, poi, svariate attinenze che serviranno a capire meglio le cause sia degli attacchi che della difesa del Palio. 

In ognuna delle scadenze e dei rituali della Festa senese, domina la coppia oppositiva dentro/fuori. Il Palio è una manifestazione che si svolge essenzialmente all’aperto, tuttavia, le fasi più salienti ed importanti di essa trovano la loro conclusione all’interno, in luoghi chiusi. La carriera stessa, le prove, il Corteo Storico, sono tutti elementi della Festa che trovano la loro espressione e il loro svolgimento di fronte a tutta la cittadinanza, sono le parti conclusive di svariati procedimenti che hanno, però, una preparazione ben più complessa. Questa preparazione si svolge, appunto, al chiuso, di fronte a pochi, se non pochissimi attori. 

Tutte le pratiche di estrazione e di selezione legate alla sorte, vengono effettuate all’interno dei locali del Palazzo Comunale in presenza esclusiva dei Capitani e del Sindaco: l’estrazione delle Contrade e la scelta dei dieci cavalli che lo correranno. Per quanto riguarda l’assegnazione dei cavalli, essa viene effettuata in Piazza del Campo di fronte ai popoli delle varie Contrade ma, Sindaco e Capitani, si trovano su di un palco ben racchiuso da ringhiere e dietro ad una staccionata che nessuno può scavalcare: la fortuna è dentro ad una gabbia che nessuno che non sia autorizzato può aprire. 

Questi elementi servono a testimoniare il fatto che il Palio è una Festa che trova la maggior parte del suo svolgimento all’interno; fatto che, se a prima vista può sembrare del tutto irrilevante, in realtà assume una valenza semantica notevole per poter capire il motivo di come mai la popolazione senese sia così restia ad accettare un confronto con chi, dall’esterno, voglia interferire con lo svolgimento del Palio.

Anche la scelta della Piazza del Campo come luogo deputato ad ospitare la corsa non è del tutto casuale. Il Campo, oltre ad essere la piazza più grande della Città, assume anche, per la sua forma e per la sua posizione, un significato particolare che non deve essere sottovalutato. La forma della pista è per lo più trapezoidale ma, per comodità interpretativa, la definiremo circolare. Questo significa che, in essa, inizio e fine coincidono e si sovrappongono. Il Palio non è altro che un ritorno. Un ritorno che si ripete per tre volte consecutive nello stesso punto della Piazza e un ritorno che si ripete per due volte ogni anno nello stesso punto della Città. Per esattezza, nel centro della Città. Al momento del Palio, Siena implode verso il suo punto più interno cercando di andare ad interiorizzare una tradizione e un rituale che è proprio della parte più profonda e antica della Città stessa.

“Il punto focale della corsa è dunque per intero proprio nel centro della Città, che è, per definizione, il punto più lontano dal mondo circostante” (Alessandro Falassi e Alan Dundes; La Terra in Piazza 1975).

Questa è la vera essenza del Palio alla Tonda che viene corso in presenza dei cittadini senesi nel punto più distante dalla non-senesità. E’ anche per questo che molti senesi non vedono di buon occhio la presenza di telecamere (e telefonini) che veicolano le immagini del Palio al di “fuori”.

La dicotomia dentro/fuori si esplica anche nella platea di spettatori che assiste al Palio. Gli spettatori nella Piazza si trovano racchiusi all’interno di essa dal momento che la pista viene delimitata con una serie di “steccati” che la separano dal luogo in cui si trova la folla. Il pubblico può anche guardare la corsa dai “palchi”, una serie di gradinate posticce di legno che vengono disposte intorno alla pista nei giorni precedenti al Palio.

In questo modo, sia chi si trova all’interno della Piazza, sia chi rimane sui palchi, non ha la possibilità di interferire con l’esito della corsa. La corsa è il “dentro” e il pubblico è il “fuori”. 

Nel momento in cui viene chiusa l’ultima entrata alla Piazza prima del Palio, nessuno potrà entrare o uscire dal Campo fino a dopo la corsa.

Tutti questi elementi confermano e avvalorano l’ipotesi che anche nell’interpretazione di tutta la Festa ci possano essere due punti di osservazione: uno interno e uno esterno.

Il punto di vista interno è quello di coloro che, pur non essendo necessariamente senesi, sono entrati in profondità nello spirito del Palio e hanno cercato di comprenderlo in ognuna delle sue innumerevoli sfaccettature.

Il punto di vista esterno, invece, è quello di coloro che, non essendo entrati in contatto con la vita e con il substrato culturale che fa da humus per tutta la Festa, hanno mantenuto una visione essenzialmente superficiale di essa. 

Tra i due modi di vedere il Palio non può che esserci incomprensione e scontro. I due gruppi vanno quindi a formare due realtà ben distinte tra loro. Non è azzardato arrivare a definirli “due culture altre”.

Dallo scontro di due culture altre è frequente il verificarsi la nascita di pregiudizi e stereotipi che non fanno altro che aumentare il rischio di un vero e proprio conflitto tra i due gruppi.

“Da un punto di vista etimologico il termine pregiudizio indica un giudizio precedente all’esperienza, vale a dire un giudizio espresso in assenza di dati sufficienti. Proprio per tale carenza di validazione empirica, il pre-giudizio viene di solito considerato anche come un giudizio errato” (Bruno Mazzara; Stereotipi e pregiudizi, 1997).

Non conoscere la cultura dell’altro, come avviene nel caso di una visione fugace del Palio di Siena che si può trovare in rete o in tv, porta ad attribuire dei giudizi derivati da preconcetti che, nella maggior parte dei casi si rivelano errati. Ma non sono soltanto i pregiudizi negativi a danneggiare la correttezza dell’interpretazione della Festa, anche da parte di coloro che hanno una visione interna, e quindi ben più profonda, di quelle che sono le chiavi interpretative della manifestazione, si possono scatenare dei pregiudizi positivi che danneggiano l’immagine del Palio.

“Forse i pregiudizi positivi sono altrettanto numerosi e forti di quelli negativi, d’altro canto il pregiudizio negativo è spesso complementare a un pregiudizio positivo nel senso che, ad esempio, la considerazione negativa di gruppi diversi dal proprio si basa su una considerazione esageratamente positiva di quello al quale si appartiene” (Bruno Mazzara; Stereotipi e pregiudizi, 1997).

Questo porta, senz’altro, ad avere una visione distorta di quella che è la realtà. L’autoesaltazione e il convincimento che “tanto s’ha ragione noi” non può fare altro che minare l’immagine di una manifestazione che, già di per sé, corre dei pesanti rischi da un punto di vista di proiezione della propria essenza al di fuori della Città.

SIENA E IL MONDO. DUE REALTA’ UGUALI E DISTINTE.

La città di Siena è perfettamente integrata all’interno di una realtà sociale come quella italiana. A dimostrazione di questo si può portare, come elemento provante, il fatto che Siena si è più volte distinta tra le altre provincie d’Italia classificandosi ai primi posti per quanto riguarda la qualità della vita, nelle statistiche stilate dai principali quotidiani economici nazionali (Il Sole 24 Ore, Italia Oggi). Nonostante questo, tuttavia, all’interno della Città si viene a creare, durante i giorni del Palio, un “non-mondo” o, per meglio dire, un “mondo altro” rispetto a quello che investe i ritmi della vita senese di tutto l’anno. Le strade assumono dimensioni diverse e diversi significati rispetto a quelli assunti normalmente. Le vie diventano linee di demarcazione di territori invalicabili. Il confine assume una valenza precisa. Siena si trasforma, in questo modo, in uno spettacolare campo di battaglia, o forse sarebbe più giusto dire in una scacchiera, sulla quale gli stessi senesi assumono al tempo stesso il ruolo di pedine e di giocatori di questo grande gioco che si sovrappone alla vita di tutti i giorni. Il medico, l’impiegato di banca, lo studente, diventano improvvisamente il Capitano, il Mangino, il Barbaresco.  O sarebbe più giusto dire, lo sono sempre stati nel corso dell’anno, ma hanno finto di non esserlo recitando la parte di persone che vivono in una società perfettamente integrata con il contesto sociale del Paese. Il Palio si delinea quindi come uno straordinario “gioco di ruolo” nel quale è impossibile spogliarsi completamente dei panni del contradaiolo. La Contrada è un’appartenenza, è inscritta nel patrimonio genetico di un senese e non si può fare niente per sottrarvisi. Uno sguardo sul Palio non può considerarsi approfondito se non parte dall’analisi di queste premesse. 

Non è detto, tuttavia, che soltanto chi è nato a Siena e che ha vissuto la Contrada fino dal momento della nascita possa comprendere e condividere lo spirito del Palio. Uno spirito che non si esplica solamente durante i giorni della Festa ma che pervade la Città in ogni stagione dell’anno.

Avvicinarsi alla cultura paliesca e senese è come avvicinarsi ad una cultura completamente anomala rispetto al modo di pensare che caratterizza la società italiana, e occidentale in genere. Per questo motivo mi sembra possibile fare un raffronto con alcune teorie antropologiche che prendono in esame il problema dell’alterità tra due culture diverse tra loro. 

Per chi guarda il Palio dal “di fuori” esistono due modi per accostarsi all’universo della cultura senese di cui il Palio è l’espressione più evidente: il “giro lungo” e il “giro breve” (Francesco Remotti; Noi primitivi, 1990).

Il giro breve: è un contatto fugace e superficiale con la cultura altra. In questo tipo di contatto l’osservatore si limita a prendere in esame gli elementi più facilmente individuabili della cultura diversa dalla propria tralasciandone i significati profondi. Da questo tipo di rapporto scaturiscono, solitamente, pregiudizi e intolleranze tra due culture che non fanno niente per capirsi vicendevolmente. (es. “E’ morto un cavallo, allora i senesi devono per forza essere degli assassini che maltrattano gli animali”)

 Il giro lungo: è un contatto profondo con l’altra cultura. In esso il visitatore abbandona i giudizi a priori sull’altro cercando di addentrarsi in quelli che sono i significati nascosti dietro ai gesti più semplici e banali che un appartenente all’altra cultura compie. In questo modo il visitatore ha modo di osservare e comprendere in profondità l’altra cultura. Da questa comprensione derivano due vantaggi: a) l’osservatore ripensa se stesso e la propria cultura; b) l’osservatore arricchisce la cultura altra con giudizi critici e non stereotipati su di essa. 

La brevità o la lunghezza del “giro” compiuto dall’osservatore del Palio, non deve essere intesa da un punto di vista strettamente quantitativo: non si misura in giorni, ore o minuti. Non è la durata temporale di un viaggio, infatti, che ne determina la profondità e la ricchezza culturale (sebbene la durata della permanenza possa aiutare a rendere più approfondita la conoscenza di una cultura diversa dalla propria); la lunghezza del giro riguarda, piuttosto, la conoscenza che si desidera approfondire di un evento o di una manifestazione, di cosa c’è “dentro”. 

Che è molto più, anche se sembra impossibile, di quello che si può vedere restando soltanto un minuto e mezzo a guardare quello che si vede “fuori”, magari attraverso una ripresa rubata con un telefonino.

pancosanti

Il Palio co’ Santi? Straordinario!

Uno dei dolci dell’autunno a Siena è anche quello che, secondo me, è il dolce più buono di Siena. Tra poco, se Dio vuole, ci butteremo a capofitto verso la stagione più bella (quella dove le ansie del Palio sono archiviate), e mangeremo il pan co’ santi a manciate. Però, pare che quest’anno, insieme al pan co’ santi, ci sarà anche il Palio. E questo sarebbe davvero straordinario. Per me, l’ho già detto, con il pan co’ santi non c’è corsa. E’ meglio dei cavallucci, del panforte e dei ricciarelli; meglio di un bombolone, meglio delle frittelle del Savelli, meglio dei cenci (anche se c’è gente come me che di cenci non ne mangia uno da 26 anni). E’ qualche giorno che penso a come sarebbe mangiare il mio dolce preferito per la Cena della Prova Generale e allora ho ragionato su una cosa: non avevo mai pensato che fondamentalmente il Pan co’ santi e il Palio hanno gli stessi ingredienti e sono fatti della stessa pasta. Entrambi durano quattro giorni, entrambi sono contemporaneamente dolci e salati ma né il dolce, né il salato prevalgono. E se speri di trovare un pan co’ santi a garbo in un forno di Fucecchio, di Asti o Legnano, non c’hai capito niente.

C’è la farina, che siamo tutti noi senesi che riempiamo la piazza e ci impastiamo l’uno con l’altro, con l’acqua, che di solito per il Palio non manca mai (figuriamoci ad ottobre) impastando soprattutto sul finire della giornata. Come la farina siamo raffinati, alcuni integrali (anzi integralisti), qualche soggetto ha un cervello di tipo zero e qualcuno addirittura doppio zero. Ma senza farina, il pan co’ santi non si fa. E nemmeno il Palio. 

Poi ci sono le noci che sarebbero le Contrade e per fare un pan co’ santi ne servono almeno 10, perché senza le noci non è un pan co’ santi, è un’altra cosa, è al massimo una pagnotta con l’uvetta. L’uvetta sono i cavalli e i fantini: quelli li trovi anche ad Asti e a Legnano, basta pagare. 

Lo strutto sono i soldi. Tutti fanno finta che non ce ne sia bisogno, ma se vuoi che venga qualcosa di buono, lo strutto serve. E non è proprio grasso che cola, specialmente di questi tempi.

C’è il lievito, che è la capacità e l’intelligenza di parlarsi, tra contradaioli della solita contrada e tra contradaioli di contrade differenti, di confrontarsi, di crescere insieme, perché il nostro dolce ha una ricetta antica, ma se non la rinnovi ogni anno, il pane non cresce e il Palio resta un ciaccino duro come un sasso.

C’è lo zucchero, che è la nostra passione, c’è il sale della polemica e c’è il pepe della dissacrazione, che ti spinge ad amare anche l’idea folle di un Palio da cogliere insieme ai paonazzi.

E poi ci sarebbe il Comune, che è il fornaio che ha in mano tutti gli ingredienti e che ha il compito di non farli bruciare.

E i turisti, diranno i miei piccoli lettori? I turisti sono i canditi. 

Come? Nel pan co’ santi non ci sono i canditi? Vabbé, pazienza, ce ne faremo una ragione. Tanto mica c’abbiamo un albergo, no?

Del resto, se vuoi mangiare un dolce fuori stagione, se proprio non ce la fai a sfangare un’invernata per aspettare il cencio (che non è quello di carnevale con lo zucchero a velo sopra), se le noci non arrivano a dieci, se la farina non si assiema, se il fornaio sbaglia a gestire il forno e combina un arrosto, ci sono sempre i cantuccini, che sono da bosco e da riviera. Ecco, quelli a Fucecchio e a Castel del Piano ce li trovi sempre.

torre del mangia in fiamme

Con il tuo telefono hai ucciso la Notte del Palio

La notte del Palio mi sono accorto di avere in tasca un’arma ancora calda e fumante: il mio telefonino che costa più di un motorino. Con quell’arma abbiamo fatto come sull’Orient Express e, tutti insieme, noi senesi, abbiamo ammazzato la Notte del Palio. Non ce ne siamo mica accorti, mica volevamo farle del male; ma è andata così, l’abbiamo uccisa. Abbiamo ucciso il gusto di prendersi in giro senza ostentarlo. Se l’Avversaria aveva perso ci si ingegnava per far trovare uno scherzetto studiato nottetempo da un commando di pochi arditi che, se chiappati con le mani nell’uva, rischiavano due manate fatte bene. E poi, il giorno dopo, il Priore si scervellava per capire chi era stato; e chi faceva la spia era una merda.

Ora no, ora ci facciamo tutti il selfie della derisione, consci del fatto che “tanto che vuoi che sia”, mica ti succederà niente. Siamo tutti eroi a bassissimo costo e a bassissima soddisfazione. Vogliamo tutti essere protagonisti senza renderci conto che così diventiamo tutti delle comparse. E forse è per questo che in comparsa non c’è più la fila per entrarci, perché lo siamo di già tutti i giorni.

Abbiamo ucciso il chiacchiericcio, il sussurro, il mormorio che di notte circolava su mitiche seggiolate tra gente della stessa contrada o di un’improbabile fogata al capitano ripurgato. Ora abbiamo una trentina di inquadrature che ci mostrano tutte le nostre miserie. Pensate se fosse stato possibile mettere una webcam tra i trecento di Leonida, quanta poesia avremmo perso nel vedere quello che si ringuattava dietro quell’altro, o quello che girava il culo e se ne andava via per salvare la pelle. Il Palio raccontato era epico, magari un po’ spaccone, forse un pochino bugiardo, ma ora con i nostri telefonini rischiamo di farlo diventare realmente ridicolo. “Ma l’hai visto il Vicario della Spadaforte che sbornia aveva il 14 sera? Badalo qui, te l’ho mandato su uozzap!”, “Il vicebarbaresco della Vipera ha dato una lacca al cavallo, l’ho visto su iutub!”, “O ragazzi,  ho trovato la figliola del Capitano dell’Orso su Porhub!”. 

L’abbiamo uccisa quella serie di farfalle che si liberavano nel nostro stomaco quando se ne andava l’ansia di una purga certa. Quando si correva in Piazza per vedere le pignattelle accese sopra i palazzi che si potevano vedere solo la notte del Palio. E se eri in Piazza la notte del Palio, voleva dire che era andata bene, oppure benissimo; perché se non era andata bene eri a letto. E non potevi restare tutta la notte sveglio a guardare i selfie dei tuoi amici che prendevano in giro la rivale. Eri a letto e basta.

Ti ricordi che c’è stato un tempo in cui avevamo le tasche più leggere e se facevamo tardi non era facile avvertire? E se non avvertivi ne buscavi. E se ne buscavi, pazienza. 

C’è stato un tempo senza telefono in tasca, e con un  gettone della SIP non si potevano scattare fotografie o fare i filmini. Era il tempo in cui eravamo giovani, e la notte del Palio, se era andata bene, si arrivava a vedere l’alba. E la si guardava dritta con gli occhi, non con un telefono in mezzo.

willy coyote

La mattina dopo il Palio (che non hai vinto)

La mattina dopo il Palio, se non hai vinto, ti alzi dal letto che ti sembra di essere venuto giù di botto dal Grand Canyon. La mattina dopo il Palio, quando non hai vinto, ti svegli con quell’astioso disprezzo per chi ce l’ha fatta che tu stesso ti vergogni a chiamare invidia. Ti sembra di essere finto sotto un rullo compressore, o che ti abbiano legato a un razzo che è esploso per aria, o che tu sia finito in una buca senza fine salutando il pubblico dopo essere rimasto mezzo secondo a galleggiare in aria.

Il giorno dopo il Palio è uno dei giorni più brutti dell’anno perché, come Willy Coyote, hai avuto una flebile speranza di riuscire a farcela ad acchiappare quell’uccellaccio con le nappe che fa Beep beep e che vorresti prendere per il collo e portare in Duomo. Ma la maggior parte delle volte, quell’uccellaccio prende una strada diversa da quella che ti eri immaginato.

L’unica cosa bella della mattina dopo il Palio che non hai vinto, è che sai che le puntate non sono finite e cominci già a pensare a quale marchingegno della ACME potrai usare la prossima volta per vedere se le cose vanno a finire in un’altra maniera. Perché mica sempre ti toccherà la parte di Willy Coyote!

E comunque, anche lui, ogni volta che sbatacchia il muso in fondo al canyon, mica si arrende! Magari sventolando un cartello “Help”, si rialza. E nella puntata successiva è lì, pronto a prendersi finalmente la sua rivincita su quell’uccellaciio che sembra messo lì apposta per prendersi gioco di lui.

Io mi sto preparando per la prossima puntata.

That’s all folks.

dita cotte

Il Palio delle dita cotte

I giorni dopo il Palio sono terribili, specie se hai sfiorato con la mano il premio dei “calci in culo” e ti sono rimasti soltanto i calci in culo.

E’ come quando sei in mare, da bambino e sai che quando uscirai avrai freddo, la schiena inizierà a bruciarti perché il sole si prende anche se sei in acqua e magari troverai anche la tua nonna ad aspettarti con una ciabatta in mano perché “se hai le dita cotte si fanno i conti”.

Dopo il Palio si fanno i conti. Soprattutto con se stessi. Soprattutto con il proprio fisico che non è mai stato stellare, ma che ora ti ha mandato la fattura.

Si fanno i conti con il proprio portafoglio, dove, se va bene, ci trovi la tessera di una cena che non ti ricordi di aver fatto. E ti racconti che forse è meglio che sia andata così, che poi sennò volevo vedere come facevo a pagare la sottoscrizione.

Fai i conti con la tua casa, che sembra offenderti da ogni stanza che hai trascurato per giorni, che hai abbandonato perché non ti serviva, come un cane in autostrada.

E allora ti aggrappi a quel mare in cui ti si cuociono le dita ma che, fino a che ci sei dentro, ti senti quasi protetto da tutte le cose che ci sono in spiaggia. Anche se i cavalloni sono forti e ti capita di infilare il capo sott’acqua. Anche se ti bruciano gli occhi e se hai bevuto due boccate di acqua e sale.

Il mare fa paura ma è una calamita che ti tiene stretto. E se ti allontani ti riporta dentro, maledettamente. E chi ci si tuffa ne viene stregato. Qualcuno ci affoga. Qualcuno ci diventa un eroe. Qualcuno ci perde tutto. Qualcuno ci trova un tesoro. Qualcuno ci si perde.

“Dai, Giampiero, esci. Sono quarant’anni che ti sei tuffato, ora basta!”

“Hai ragione, ma fammici stare ancora un altro pochino…”

unghie

Il Palio del Mangiatore di Unghie

Il Mangiatore di Unghie trova massima soddisfazione al suo vizio il giorno in cui si presenta il Palio. L’ansia è già montata ma questo è un giorno di attesa in cui non c’è da fare altro se non strapparsi le pellicine che spuntano dalle ultime falangi. C’è chi prova ancora a lavoricchiare anche se ormai non si prendono più grossi impegni: “Si fa dopo il Palio, va bene?”

Il Mangiatore di Unghie si è svegliato presto. Ha sognato la Mossa e non era proprio una passeggiata. Si è già fatto due docce: la prima per svegliarsi, la seconda perché aveva risudato.

Vorrebbe chiamare un Mangino per sapere se è vero che sarà un Palio dei ciuchi, tanto quello meglio c’è comunque…e mentre si mastica l’indice scartavetrandolo a modino, inizia a rimuginare:

“No, via…è troppo presto. Non lo chiamo. Semmai gli mando un messaggio. Non mi risponde. Che vorrà dire? Di sicuro è successo qualcosa e non me lo può raccontare. Allora lo chiamo. Chi si monta? E loro? No, dai. Magari dorme. M’importa una sega, lo chiamo uguale. Anzi no, chiamo il Vice Barbaresco, almeno se mi manda a fare in culo è perché ha un brutto carattere e non me la prendo. Meno male che non sono su wazzup! Sennò lo sai che ansia… Ohi! Mi sanguina l’anulare. Ho morso troppo a marrano. Oppure le unghie sono finite. Sì, mi guardo le dita e in effetti non c’è rimasto niente.”

Almeno la mattina della Tratta si mangia la trippa…

shining

“Siamo tutti di Siena”

“Siamo tutti di Siena” è un tormentone che ti accompagna per tutta la vita, se ti capita di nascere in quella piccola città che in tanti, da tutto il mondo, desiderano visitare. Fosse anche solo per il tempo di un cono medio.

“Siamo tutti di Siena!” mi diceva il mio nonno quando mi portava per mano dentro Piazza a guardare le batterie la mattina della Tratta. Per cui ognuno ha la sua bandiera e i suoi colori ma, quando c’è da stare uniti, i colori sono solo il bianco e il nero. Perché siamo tutti di Siena.

“Dai, siamo tutti di Siena” me lo disse anche quel bordello di un’altra Contrada che avevo trovato per caso in vacanza e che a Siena appena mi salutava, quando gli prestai una fiche al Casinò di Saint Vincent.

“Grandi! Siamo tutti di Siena, perdio!”, ho pensato dal mio comodo divano quando alcuni miei amici sono andati a cucinare d’inverno per i terremotati.

“Cheddì, lo saprò? Siamo tutti di Siena” ci disse l’infermiera del pronto soccorso alla quarta flebo del mio migliore amico in coma etilico.

“Votami, siamo tutti di Siena!” mi disse quel candidato consigliere comunale che mi pregava di cercagli una ventina di voti.

“Votami, siamo tutti di Siena!” mi confermò anche l’altro consigliere comunale che stava dalla parte opposta.

“Siamo tutti di Siena…” provava a dire il venditore di rose del Bangladesh quando capiva che avevi già bevuto un po’ e ti metteva una rosa gialla in mano sapendo che non l’avresti fatta cadere per terra.

“Siamo tutti di Siena” gridano dei novelli Barbicone, pronti a defenestrare i potenti che hanno votato democraticamente. Con la stessa coerenza dello schizofrenico protagonista di Shining.

“Siamo tutti di Siena” leggo oggi su Facebook da gente che si scanna su qualsiasi argomento come se ci fossero ancora Provenzan Salvani e Farinata degli Uberti. Perché è vero, siamo tutti di Siena, però…ho ragione io!

Lo penso anch’io che siamo tutti di Siena. E come tutti quelli di Siena, ognuno di noi ha un grosso difetto: credere di essere di Siena più di tutti gli altri; di essere in cima al “sienometro”. Anche se poi dichiara che, ci mancherebbe, “siamo tutti di Siena”.

 

L’immagine di testata è un fotogramma della web serie di AOL “Making a scene” con James Franco nella sua citazione di Shining di Stanley Kubrick.

caramella

La caramella amara che non puoi sputare

Il dolore per la perdita di un amico è una caramella amara che non puoi sputare. Ci sono caramelle piccole e altre grandi come una pallina da ping pong, che non lasciano spazio a nessun altro sapore e che un dio pagano molto bastardo ha deciso di metterti in bocca, solo perché ne aveva voglia.
Una caramella di fiele, foderata di radicchio e impastata col cerume. Dura come un sasso.
Ti tocca tenerla lì, e tutto quello che provi a mettere in bocca, anche fosse miele, ti sembra amaro. E non c’è requie: giorno e notte hai l’amaro in bocca.
Ci sono alcuni che hanno la saliva più forte, forse più acida, e dopo un po’ di tempo, riescono ad ingoiarla. Altri che hanno una saliva più dolce e proprio non ce la fanno. Che vivono costantemente con la voglia di vomitarla. Ma quel dio bastardo ha deciso che deve restare lì.
E allora ci vuole pazienza. Che se non ce l’hai vorresti morire anche te.
E avresti voglia di masticarla, di romperla come fai con le caramelle di zucchero. Ma i tuoi denti sono denti che se schiacci forte si rompono. Io c’ho provato a romperla e ho perso tutti i molari. Allora ho cominciato a succhiarla, in silenzio, prendendola per sfinimento. Per farla ammorbidire. O almeno ci provo. Grattandole i bordi come il conte di Montecristo che, per uscire di galera ci provava con un cucchiaino. E a forza di succhiare cerco di isolare l’amaro dagli altri sapori che la vita mi propone. Vabbè, l’amaro prevale ma si comincia a risentire anche il salato, il frizzante, il piccante. Ci vuole tempo, non bisogna avere furia. Che via via, di caramelle amare più o meno grosse, ti toccherà risucchiarle. E se non ti abitui, ti dimentichi di quando eri un bambino e le caramelle che ti davano avevano solo un sapore dolce. Quello che le caramelle dovrebbero avere.

Siena, 1 giugno.

ginocchio sbucciato

I ginocchi sbucciati

A Siena le ginocchia si chiamano “ginocchi” per cui passatemi la licenza poetica del titolo.

Stamani ho rivisto, dopo tanto tempo, un esemplare di bambino con i ginocchi sbucciati. Credevo fossero in via d’estinzione e invece, quel ragazzino che andava a scuola con un pantalone della tuta alzato e con il ginocchio fasciato da una garza, mi ha rimesso in moto la mia macchina del tempo personale. Mi ero rassegnato al fatto che i bambini avessero smesso di giocare per la strada procurandosi delle ferite e quella gamba malconcia mi ha restituito una speranza. La speranza di rivedere qualche gruppetto di bambini che, invece di andare a scuola, si trovano in Piazza del Mercato a fare il Palio delle biciclette, tirandole a sorte perché nel Palio si fa così e poi tornano a casa inventandosene un’altra per giustificare quei jeans strappati e sanguinosi. Mi ero rassegnato al fatto che a forza di difendere i nostri figli dal bullismo, gli abbiamo tolto l’educazione dello scapaccione, della masa, del biscotto, della piffera dati a fin di bene.
Mi ero rassegnato al fatto che, in un mondo in cui tutto è organizzato, anche il tempo libero ci rende prigionieri. Prigionieri di orari da rispettare, di lezioni di sport dove gli amici non li scegli da solo, prigionieri di un’educazione che non prevede la maleducazione che si trova in natura nel corso della vita. I ginocchi sbucciati erano un dolore terapeutico, perché la vita ha bisogno di croste che si formano e poi staccano al tempo giusto. E se provi a staccarti le croste dal ginocchio prima del tempo, nove volte su dieci tocca ripartire da capo, dalla carne viva. Ed è più facile che resti la cicatrice.

Siano benedetti i ginocchi sbucciati e sia benedetta la vita, anche quando è dura e grigia come la pietra serena.

Torre del Mangia

Se crollasse la Torre del Mangia

Se una notte, prima di andare a dormire, noi che si abita in centro a Siena, si sentisse un boato e se, correndo a vedere quello che è accaduto, si scoprisse che è venuta giù d’un tratto la Torre del Mangia, i telefoni si paralizzerebbero. Ognuno chiamerebbe i propri cari come quando muore all’improvviso un parente. Si correrebbe tutti in pigiama alla Costarella per vedere se è vero, con le mani nei capelli. Lì si troverebbe sicuramente qualcuno che si conosce bene e qualcuno, che anche se si conosce poco, per quella sera diventerebbe uno con cui dialoghi perché devi condividere qualcosa che ti fa stare male. Ci sarebbe anche di sicuro qualcuno che sghignazza, perché lui l’aveva predetto che con quel capoccione di pietra prima o poi sarebbe venuta giù. Ci sarebbe chi piange e chi bestemmia, alcuni addirittura piangerebbero bestemmiando, altri starebbero zitti accoccolati al muro, altri ancora si abbraccerebbero singhiozzando. Si tornerebbe a letto all’alba aspettando il giorno dopo per vedere se viene giù anche il Facciatone, o San Domenico, non riuscendo a prendere sonno con gli occhi pieni di paura.
Poi il giorno dopo non crollerebbe nient’altro e la paura di tutti diventerebbero 55.000 voci diverse che vogliono dire a loro dividendosi in gruppetti.

Ci sarebbero i “colpevolisti”: quelli che devono capire a chi dare la colpa, perché se la Torre è crollata dovrà pur essere colpa di qualcuno. Tra questi si nasconderebbero abilmente i “cavalcatori di disgrazie” che punterebbero il dito su qualcuno per un tornaconto preciso e personale: “Secondo me la colpa è del custode che ha sbatacchiato la porta, lo conosco bene, è quello che tromba la mì moglie…”, oppure “è colpa del Comune, con tutti quei turisti appoggiati al Palazzo a bivaccare”, o ancora “è colpa di chi faceva le tre a bere in Piazza, con quelle fiatate d’alcol la Torre sbarellava!”.
Poi ci sarebbero gli “èandatacosisti”, quelli che, di fronte all’evidenza, si stringerebbero tra le spalle dicendo: “che ci vuoi fare, è andata così”, continuando a macinare la loro vita come il criceto dentro una ruota. Tristi, ma ormai è andata così.
Tra questi ci sarebbe una nicchia di “buonvisoacattivogiuochisti” che guarderebbero il Palazzo del Comune, ormai senza Torre e Cappella e direbbero, sottovoce, per non farsi sentire bene, “tutto sommato, così il Palazzo è più simmetrico”.

Ci sarebbero gli “sciacalli”, quelli che cercherebbero di lucrare sul dramma vendendo calcinacci e i “tordi”, quelli che comprerebbero un pezzo di mattone perché almeno si porterebbero un pezzetto di Torre del Mangia in Camera.
Ci sarebbero i “romantici”, quelli che in gruppo, meglio se dopo qualche gotto, si troverebbero nottetempo a guardare il vuoto dove prima svettava la Torre, cantando cori a quattro o cinque voci con le lacrime agli occhi.
Ci sarebbero i “guardoni” quelli che verrebbero a Siena per farsi un selfie con la Piazza mutilata.
Ci sarebbero tanti che starebbero a giornata a litigare per difendere la propria versione dei fatti.
Ci sarebbero quelli che si rimboccano le maniche per provare a ritirarla su, quella Torre, e quelli che criticano quelli che si rimboccano le maniche.
Ci sarebbe quello che ha capito esattamente come si sono svolti i fatti, ne è proprio certo, e che ce lo ripete ogni giorno dal suo blog.
Ci sarebbe qualcuno che è rimasto schiacciato sotto la Torre e che verrà ricordato soltanto il giorno dell’anniversario.

Poi ci sarei io, che sarei contemporaneamente: “colpevolista” e “èandatacosiista”, “romantico” e con le maniche rimboccate a non fare niente e a mettere mi piace il giorno dell’anniversario della tragedia. Ma con la stessa identica convinzione di ognuno degli altri, di essere quello che ama Siena più di tutti.