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Despa Cito

Il tormentone da milioni di click che ha dato il colpo di grazia alla mia già precaria relazione con il mio cognome.

Alla fine degli anni ’70 essere nati a Siena e possedere un cognome che non finiva per “i” (ma era preferibile uno che finiva per “ini”), era abbastanza raro. Invece non era raro essere preso in giro per quella “o” che lo chiudeva. Vaglielo a spiegare che, da parte di mamma sono discendente di quelli che hanno scolpito le statue del Duomo, di quello che ha restaurato l’affresco dietro l’altare della Santissima Annunziata, che il mi’ nonno era amico di Mastuchino e che il mì bisnonno era protettore di sette contrade (perché prima funzionava così, se volevi bene a Siena).
Non c’era verso, per gran parte dei compagni di classe ero un “terrone”. Uno, una volta mi spiegò che ero stato sfortunato perché se almeno il cognome fosse finito con la “a” potevo fare finta di essere di Milano. Ma con la “o” non c’era scampo: terrone!

Il nome te lo porti dietro a vita e io ne avevo uno che, per gli “amici” mi faceva sembrare il fratello della scimmia di Tarzan. Feci delle rimostranze a mio padre chiedendogli almeno di poter utilizzare il cognome di mia nonna paterna. “Lentini” era camuffabilissimo e mi avrebbe mimetizzato alla grande tra i vari Bossini, Cesarini, Lombardini, Ceccherini, Bernini, Bruschettini. Lui provò a spiegarmi che Cito vuol dire veloce e che i suoi avi non erano gli Zulù ma Pitagora e Archimede. Tuttavia ma non fu abbastanza convincente. Smisi anche di leggere Topolino per essere sicuro di non trovare tracce del mio trisavolo Archimede Pitagorico.

Il nome comune era Bianciardi, c’era almeno un Bianciardi in ogni classe (io ne avevo due). Per farsi burla di me il mio amico Duccio, dall’alto del suo “Naldini”, mi chiama ancora “Bianciardino”. Come a dire: “sei di Siena anche te, dai. Però meno.”
Al liceo la botta grossa arrivò quando quella splendida ragazza di terza mi chiese: “E a te perché ti chiamano Cito?”. Fu lì, credo, che iniziai a masticarmi le unghie.

Le ore di scienze erano tutte una risata; per gli altri. Quando la prof spiegava le cellule: citologia, citoplasma, citozoi, citomegalovirus erano come una puntata di Mr Bean. Peccato che Mr Bean fossi io. Vissi un attimo di pausa quando passò dal Tolomei una ragazza che di cognome faceva “Chiavai”. Ahahahahhah, chiavai!!!! Ma, maledizione, cambiò subito scuola prima della fine del quadrimestre.
Erano gli anni del “Drive-in” e la domenica sera Giorgio Faletti, che ancora non aveva scoperto di essere uno scrittore di best seller, faceva Vito Catozzo, il poliziotto terroncello tamarro con la pancia. Secondo voi come mi chiamavano a scuola il lunedì mattina? Cito Catozzo.

Finalmente arrivò la maturità. “Alè! Andiamo all’università, lì di gente con il cognome strano sai quanta ce n’è!!!”
Al primo esame di inglese il professore scozzese mi segna come “Gamoiero Ciko” (c’è qualche stupido amichetto che fa il giornalista che mi chiama ancora così). L’anno dopo, seduti all’appello di informatica generale, il professore ci chiama in ordine alfabetico. Quando dalla C passa alla D, inizio a temere il peggio. Lo faccio arrivare in fondo e, siccome non ero stato chiamato, alzo la mano. Scoprii così di essere stato iscritto come Ciro Giampiastro. E per giunta bocciai anche all’esame.
Con l’età ho imparato a conviverci (mi ricordo anche di aver consolato mio padre quando indagarono il sindaco di Taranto che si chiamava come noi e che “non gli somigghia pe nniente”, praticamente due gemelli omozigoti).
Ho superato le prese di culo, i versi della scimmietta, i saluti alla Padrino, le domande su cosa avrei fatto se avesse vinto la Lega.

Ma quando, per colpa di quella canzoncina di merda, che fa “Pasito, pasito”, da qualche mese la gente ha cominciato a chiamarmi Despa, mi viene voglia di andare all’anagrafe e dargli foco. E per combustibile uso un dj che ama il commerciale latinoamericano.

Ps. Babbo, si fa per scherzare.

Obama

Barack & burattini

Alcune piccole premesse per chi dovesse leggere questo post:
1) non sono uno che ha la puzza sotto il naso, ma nemmeno uno con l’anello al naso
2) non sono radical, né tantomeno chic
3) forse, se fossi stato in città ieri, il mio filmino con Obama l’avrei postato anche io
4) voglio bene a Siena esattamente come voi, né più, né meno.
5) se venisse un Obama al giorno sarei più che felice

Bene, ora posso partire a scrivere.

Ho visto sui social un grande interesse tra i miei concittadini per l’arrivo di Obama a Siena. Bene. Mi ha ricordato l’arrivo di Carlo V salutato da folle festanti. Quindi mi giunge d’obbligo, per amor di metafora, provare a ragionare “alla senese” per cercare di spiegare quel che penso di Obama.

Obama è l’ex capitano di quella contradona che ci ha fatto fare da sgabello fin da quando nel ’44 ci fece togliere la cuffia. Che c’entra, è vero anche che nel ’44 si veniva fuori da un periodo nero e che negli ultimi due o tre anni ce ne avevano date come noci. Ê vero che ci pagarono il Palio e ci ricostruirono la società che ci avevano bombardato. Ci dettero fantino e rincorsa. Da allora siamo alleati ma il rinfresco glielo facciamo solo noi. Che c’entra, gli s’è mandato una manciata di delinquenti a vivere nel loro territorio che si sono anche organizzati e qualche volta sono entrati anche in Seggio. Però loro c’hanno messo le mattonelle e i braccialetti nelle nostre strade, quando ci sono le elezioni, la commissione elettorale sente anche loro. Una volta ci hanno fatto trovare un nostro ex priore in un bagagliaio e ci hanno tirato un missile nel palco per le prove. Ma non è sicuro che siano stati loro.
Ragazzi, non scherziamo, mica dico che la cuffia sarebbe stata meglio, o che sarebbe stato meglio essere sgabelli della loro avversaria. Però c’è toccato ingollare diversi fantini che facevano quello che conveniva a loro, specialmente il Gobbo Saragiolo. Ogni tanto c’hanno fatto vincere qualche prova, anche qualche Palio via via per farci credere che si stava bene. Però, diciamocelo, si voleva essere liberi di comandare e c’hanno soverchiato. E ce lo siamo anche fatto garbare.
Ieri è venuto l’ex capitano, quello simpatico, uno del popolino a giudicare dal colore. Infatti, come quelli del popolino, gioca a golf e fa una bella sottoscrizione.
Il capitano nòvo, invece, non mi garba per niente. Alle elezioni è passato male e gli si sono dimessi già un mangino e il vicebarbaresco. Ha fatto il capitano solo perché è pieno di quattrini. È uno che le spara grosse. Secondo me non arriva alla fine de mandato. Lo fanno dimette’ prima.
Almeno poi ritorna quello ganzo, che mangia la tagliata coi porcini del congelatore. E quando girano gli si riapre la chiesa e gli si spiega colle bandiere. Che tanto come bisogna fare il Palio ce lo spiega lui.

ginocchio sbucciato

I ginocchi sbucciati

A Siena le ginocchia si chiamano “ginocchi” per cui passatemi la licenza poetica del titolo.

Stamani ho rivisto, dopo tanto tempo, un esemplare di bambino con i ginocchi sbucciati. Credevo fossero in via d’estinzione e invece, quel ragazzino che andava a scuola con un pantalone della tuta alzato e con il ginocchio fasciato da una garza, mi ha rimesso in moto la mia macchina del tempo personale. Mi ero rassegnato al fatto che i bambini avessero smesso di giocare per la strada procurandosi delle ferite e quella gamba malconcia mi ha restituito una speranza. La speranza di rivedere qualche gruppetto di bambini che, invece di andare a scuola, si trovano in Piazza del Mercato a fare il Palio delle biciclette, tirandole a sorte perché nel Palio si fa così e poi tornano a casa inventandosene un’altra per giustificare quei jeans strappati e sanguinosi. Mi ero rassegnato al fatto che a forza di difendere i nostri figli dal bullismo, gli abbiamo tolto l’educazione dello scapaccione, della masa, del biscotto, della piffera dati a fin di bene.
Mi ero rassegnato al fatto che, in un mondo in cui tutto è organizzato, anche il tempo libero ci rende prigionieri. Prigionieri di orari da rispettare, di lezioni di sport dove gli amici non li scegli da solo, prigionieri di un’educazione che non prevede la maleducazione che si trova in natura nel corso della vita. I ginocchi sbucciati erano un dolore terapeutico, perché la vita ha bisogno di croste che si formano e poi staccano al tempo giusto. E se provi a staccarti le croste dal ginocchio prima del tempo, nove volte su dieci tocca ripartire da capo, dalla carne viva. Ed è più facile che resti la cicatrice.

Siano benedetti i ginocchi sbucciati e sia benedetta la vita, anche quando è dura e grigia come la pietra serena.

Torre del Mangia

Se crollasse la Torre del Mangia

Se una notte, prima di andare a dormire, noi che si abita in centro a Siena, si sentisse un boato e se, correndo a vedere quello che è accaduto, si scoprisse che è venuta giù d’un tratto la Torre del Mangia, i telefoni si paralizzerebbero. Ognuno chiamerebbe i propri cari come quando muore all’improvviso un parente. Si correrebbe tutti in pigiama alla Costarella per vedere se è vero, con le mani nei capelli. Lì si troverebbe sicuramente qualcuno che si conosce bene e qualcuno, che anche se si conosce poco, per quella sera diventerebbe uno con cui dialoghi perché devi condividere qualcosa che ti fa stare male. Ci sarebbe anche di sicuro qualcuno che sghignazza, perché lui l’aveva predetto che con quel capoccione di pietra prima o poi sarebbe venuta giù. Ci sarebbe chi piange e chi bestemmia, alcuni addirittura piangerebbero bestemmiando, altri starebbero zitti accoccolati al muro, altri ancora si abbraccerebbero singhiozzando. Si tornerebbe a letto all’alba aspettando il giorno dopo per vedere se viene giù anche il Facciatone, o San Domenico, non riuscendo a prendere sonno con gli occhi pieni di paura.
Poi il giorno dopo non crollerebbe nient’altro e la paura di tutti diventerebbero 55.000 voci diverse che vogliono dire a loro dividendosi in gruppetti.

Ci sarebbero i “colpevolisti”: quelli che devono capire a chi dare la colpa, perché se la Torre è crollata dovrà pur essere colpa di qualcuno. Tra questi si nasconderebbero abilmente i “cavalcatori di disgrazie” che punterebbero il dito su qualcuno per un tornaconto preciso e personale: “Secondo me la colpa è del custode che ha sbatacchiato la porta, lo conosco bene, è quello che tromba la mì moglie…”, oppure “è colpa del Comune, con tutti quei turisti appoggiati al Palazzo a bivaccare”, o ancora “è colpa di chi faceva le tre a bere in Piazza, con quelle fiatate d’alcol la Torre sbarellava!”.
Poi ci sarebbero gli “èandatacosisti”, quelli che, di fronte all’evidenza, si stringerebbero tra le spalle dicendo: “che ci vuoi fare, è andata così”, continuando a macinare la loro vita come il criceto dentro una ruota. Tristi, ma ormai è andata così.
Tra questi ci sarebbe una nicchia di “buonvisoacattivogiuochisti” che guarderebbero il Palazzo del Comune, ormai senza Torre e Cappella e direbbero, sottovoce, per non farsi sentire bene, “tutto sommato, così il Palazzo è più simmetrico”.

Ci sarebbero gli “sciacalli”, quelli che cercherebbero di lucrare sul dramma vendendo calcinacci e i “tordi”, quelli che comprerebbero un pezzo di mattone perché almeno si porterebbero un pezzetto di Torre del Mangia in Camera.
Ci sarebbero i “romantici”, quelli che in gruppo, meglio se dopo qualche gotto, si troverebbero nottetempo a guardare il vuoto dove prima svettava la Torre, cantando cori a quattro o cinque voci con le lacrime agli occhi.
Ci sarebbero i “guardoni” quelli che verrebbero a Siena per farsi un selfie con la Piazza mutilata.
Ci sarebbero tanti che starebbero a giornata a litigare per difendere la propria versione dei fatti.
Ci sarebbero quelli che si rimboccano le maniche per provare a ritirarla su, quella Torre, e quelli che criticano quelli che si rimboccano le maniche.
Ci sarebbe quello che ha capito esattamente come si sono svolti i fatti, ne è proprio certo, e che ce lo ripete ogni giorno dal suo blog.
Ci sarebbe qualcuno che è rimasto schiacciato sotto la Torre e che verrà ricordato soltanto il giorno dell’anniversario.

Poi ci sarei io, che sarei contemporaneamente: “colpevolista” e “èandatacosiista”, “romantico” e con le maniche rimboccate a non fare niente e a mettere mi piace il giorno dell’anniversario della tragedia. Ma con la stessa identica convinzione di ognuno degli altri, di essere quello che ama Siena più di tutti.

cuore

Il cuore a fette

Ieri Massimo ci ha rimessi tutti in fila. Come faceva per i compleanni di Marchino a casa sua. Quel rompiscatole che ti faceva alzare a raccattare lo stecco del gelato che avevi tirato nel ghiaino in Società; quel babbo che se non era il tuo babbo era solo un caso, ieri ci ha rimessi tutti in fila. Senza dire niente, lui che chiacchierava poco ma che c’era sempre, da sempre. Non è stato facile per niente. Perché appartenere ad una Contrada non è mica come fare parte di un gruppetto di amici e basta. E’ appartenere a un popolo che, come tutti i popoli: festeggia, si scontra e si divide. Ma in certi casi torna insieme a guardarsi negli occhi lucidi. Te sei lì, fuori da quella chiesa che osservi tutti, sapendo benissimo chi è che fino a ieri nemmeno si parlava e oggi, per rispetto, si dice “ciao”. Senza falsi sorrisi, sia chiaro, che tanto oggi di sorridere non c’è bisogno. Quando esce di scena un grande contradaiolo non c’è bisogno di darsi l’appuntamento, tanto trovi tutti lì. Perché quando tiri la riga in fondo al foglio, e la bilancia pende dalla parte della grandezza, anche chi fino a ieri non ti considerava, si toglie il cappello.

Fare parte di una Contrada ti condanna ad averci il cuore a fette. Ed è una condanna che devi ingollare perché fa parte del gioco. Tante volte. Fino a che il cuore che si ferma non sarà il tuo.

 

Ciao Massimo, ci si rivede ai Quattro Cantoni.

Lo so bene che non ci sarai. Ma io ti vedrò lo stesso.

Old Bicycle

“Selfi” contro “Ribellini”: la Guerra Incivile

Alcune premesse doverose prima di questo ennesimo post su un bellissimo evento sportivo che si è appena svolto nella mia città:

  • Non sono un appassionato di ciclismo
  • Non ho più una bicicletta da quando me la rubarono nel 1994
  • Se faccio alcune decine di chilometri duro fatica anche se sono in taxi e non guido io.

Chiarito che non sono di parte, posso spiegarvi perché ho sentito il bisogno di scrivere anche io un  post su la Strade Bianche: non sono un fan della bicicletta ma sono un appassionato di social e di antropologia culturale. E, non ultimo, voglio anche io bene a Siena.

Ho aspettato che si quietassero i rimbombi di quella che è stata una vera e propria guerra civile (anzi, incivile), fatta di post, like, commenti e condivisioni. Una battaglia che ha fatto l’Arbia, ma anche la Diana, la Tressa e i Bottini, colorati in rosso.

Una guerra combattuta tra due eserciti, entrambi con la Balzana sugli scudi: da una parte i Selfi, dall’altra i Ribellini.

I Selfi sono quelli che si autoimmortalano durante l’evento per dire che ci sono stati anche loro (o su una bicicletta a durar fatica, o a sostenere i ciclisti correndogli a fianco, o perché membri dello staffe, oppure perché fermi in fila a lamentarsi di una strada chiusa per alcune decine di minuti). I Selfi si autocompiacciono della loro presenza sul posto, meglio se con la bocca a culo di gallina.

Dall’altra parte dello scherno troviamo i Ribellini. I Ribellini sono quelli che sono contro. Contro a chi dura fatica su una bicicletta, contro a quelli che sostengono i ciclisti correndogli accanto, contro a chi ha organizzato, contro a chi premia, contro a chi viene premiato, contro a chi dice che va tutto bene, contro a chi dice che va tutto male, contro a chi ha bloccato le strade, contro a chi si lamenta di chi ha bloccato le strade, contro le strade, specialmente quelle bianche. Sono contro e si ribellano, ma lo fanno soltanto battendo le mani nel muso alle loro tastiere, come se la loro opinione fosse quella che può farci cambiare opinione. L’argomento prediletto dai Ribellini sono le “file”. Lo sappiamo: tira più un pelo di fila che un carro di buoi.

Ho visto Selfi e Ribellini darsele di santa ragione, offendersi, minacciarsi, trattarsi a pesci in faccia, prendere posizione e non spostarsi da lì di un millimetro. Fin da quando ero piccino, quando vedo due che litigano, mi viene d’istinto entrare nel mezzo per strigarli. Su Facebook questo non è fattibile. Le risse a volte coinvolgono decine di persone che entrano a commentare e se ti inserisci, rischi di essere malmenato da male parole. Il Ribellino medio cerca il pretesto per attaccare, il Selfo lo cerca per autocelebrarsi. Entrambi vogliono portare sul loro carroccio un prezioso bottino di guerra: il famigerato “consenso sociale” che si manifesta oggigiorno con il numero di like che si ricevono. Un tempo il consenso sociale era l’essere persone rispettabili, oggi è pubblicare contenuti condivisibili.  Ogni evento è buono per aumentare le divisioni tra persone che vivono gli stessi problemi, le stesse strade, le stesse opportunità. Le differenti opinioni non contano e non si rispettano: oggi conta il posizionamento. Il valore è dato dalla manifesta indisponibilità a spostarsi dall’opinione che gli altri (non importa se quelli che ci amano o quelli che ci odiano) si sono fatti di noi. E’ prevedibile con esattezza, ciò che quel politico o il suo oppositore, diranno. E ci viene naturale schierarci, anche solo con un “mi garba”, da una parte o dall’altra. Io ancora non so se sono un Selfo o un Ribellino. Io le opinioni cerco di costruirmele lasciandomi la libertà anche di cambiarle. A me la guerra mi fa cacare, specialmente quella incivile che non vuole prigionieri. Specialmente se si combatte usando come terreno di scontro la mia città.

Dove sembra che nemmeno la pietra sia, oramai, più serena.

happy family child baby girl in arms of his father

“Think dirty”: la regola dei malpensanti

Sono giorni grigi là fuori, giornate in cui i malpensanti si fregano le mani, salvo poi fregarsi con le proprie mani. Mi è venuta in mente una campagna che credo sia molto appropriata a questo momento in cui molti dovrebbero tornare all’asilo. E ripartire da lì.

Alcuni anni fa Hustler, la rivista erotica fondata da Larry Flynt per fare concorrenza al più noto magazine Playboy con immagini e articoli ancora più espliciti, lanciò una campagna geniale che mi fece molto riflettere e che fece il giro del mondo della comunicazione pubblicitaria.

Una multisoggetto, praticamente priva di qualsiasi intervento di grafica, con foto (nemmeno tanto belle) che raffiguravano normalissime situazioni di vita che, se guardate con l’occhio malizioso di chi conosceva il brand Hustler, potevano essere lette come situazioni ad alto contenuto erotico, o addirittura perverso. Il piccolo quadratino giallo in un angolo, che conteneva il titolo della campagna, diceva: “Hustler. Vedi il nome e pensi sporco.”

Geniale! Effettivamente anche io, guardando il pastore che trascinava la capretta o la ragazza che apriva la porta al ragazzo delle pizze, mi ero fatto in testa un film che avrei potuto pubblicare su Youporn. Provate però a stampare quelle foto e fatele vedere a un bambino, o a vostra nonna che, magari non sa che grazie ad Hustler gli oculisti di tutto il mondo hanno fatto i miliardi. Vedrete che vi diranno che si tratta semplicemente di una ragazza che sta ricevendo la pizza che aveva ordinato o di un pastore che fa il suo mestiere. Perché spesso la perversione risiede nel nostro modo di guardare le cose. E spesso, chi critica qualcosa bollandolo come “deviato” o “perverso”, è proprio lui l’albergo della devianza e della perversione.

“Pensare sporco” genera pensieri spazzatura. Teniamolo bene a mente nella vita di ogni giorno. Specialmente quando si parla di bambini, che sono quanto di più lontano ci possa essere dalla malizia e dalla morbosità.

Amen.

Ps. Ecco qui sotto i vari soggetti della campagna di Hustler

 

hustler

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L’immagine della testata è stata acquistata dall’archivio Getty Images.

piccioni

Il gusto di tirare la merda

Breve post rivolto a blogger locali dal giudizio più veloce del west e commentatori seriali compulsivi che rischiano di pestarla.

Aneddoto:

Una volta, mentre stavo viaggiando in treno verso Milano, mi capitó di incontrare un presidio dei Cobas del Latte. Al passaggio del treno iniziarono a sparare letame di vacca con gli idranti. Un bambino chiese alla mamma perchè ci piovesse addosso fango. Qualcuno fece notare al piccolo che quello non era esattamente fango. Una ragazza vomitò, per aggiungere una ciliegina su quella doccia non prevista e in omaggio con il biglietto di una corsa che faceva già segnare un pesante ritardo sull’orario di arrivo previsto. Molti dei passeggeri che viaggiavano con me, quando si erano messi a sedere su quel Frecciarossa erano dalla parte dei Cobas, qualcuno lo dichiarò pubblicamente (e anche io riconoscevo le loro buone ragioni) ma il fatto di essere stati ricoperti di sterco mentre stavamo viaggiando per lavoro, seppur dentro un treno con i finestrini chiusi, ci fece domandare che senso aveva tirare la merda a gente che non c’entrava niente con la loro sacrosanta protesta. Decidemmo che per protesta non avremmo bevuto piú latte. Io ho mantenuto la promessa per cinque anni. Nel frattempo mi sono dimenticato le  ragioni di quella protesta che ci concimò.

Morale:

anche se pensi di avere tutte le ragioni del mondo, tirare la merda senza guardare a chi la tiri, alla fine non conviene. Rischi di fare la fine del piccione e di finire in una tegamata. Perché il gusto di tirare la merda, alla fine ha sempre un gusto di merda.

hiphop

Confesso che ho molto peccato (e se trovo Hip Hop ne combino un’altra)

Ognuno nella propria vita ha degli scheletri nell’armadio di cui si vergogna a morte. Anche io ne ho alcuni e me ne vorrei liberare. Anche perché iniziano a prudermi le mani a vedere i muri imbrattati da Hip Hop. Forse è meglio non trovarcelo mai.

Pronti? Via!

Una volta ho rubato un tergicristallo perché me lo avevano rubato a me (ma dopo 10 minuti mi sono pentito e l’ho rimesso dove l’avevo preso).

Una volta ho trangugiato tutti i tramezzini di un happy hour non lasciando niente agli altri avventori.

Una volta non mi sono fermato a uno stop, un camion mi ha portato via il paraurti e sono fuggito perché il camionista era grosso.

Una volta ho suonato i campanelli e me ne sono andato a passo svelto.

Una volta ho chiesto a un ristorante di non farmi lo scontrino.

Una volta ho preso 6- a latino e ho detto a casa che avevo preso 6.

Una volta mi sono impantanato a Belcaro con una che era fidanzata (non  con me, con uno che conoscevo).

Una volta ho detto a mio padre che avevo fatto le cinque di notte per aspettare che facessero il pane.

Una volta ho fatto la pipì dentro una scarpa di una cameriera della Prova Generale mentre lei stava servendo ai tavoli.

Una volta ho telefonato alle suore di San Francesco e ho bestemmiato.

Ma non mi è mai passato per il cervello di riempire i muri della mia città con la scritta Hip-Hop. Che tra l’altro fa anche cagare.

eureka concept

Il momento magico

Faccio il pubblicitario. No, non vendo gli spazi dove si attaccano i manifesti. Sono un copywriter (quello che scrive i testi, non quello che pensa alla parte visiva) e, lo giuro, non mi occupo di diritto d’autore; almeno non come attività principale. Non sono un grafico e nn sono un fotografo, quelli sono altri mestieri e vanno chiesti i biglietti da visita ad altri professionisti. Il mio lavoro è cercare le parole nel vocabolario e metterle insieme provando a farlo in una maniera che nessuno aveva pensato prima. A volte mi riesce e a volte no. Quando non mi riesce vengono fuori degli obbrobri che se fossi un ingegnere civile sarebbero dei palazzi a rischio di crolli devastanti. Ma quando magicamente spunta un ombrello colorato sopra una massa di ombrelli scuri, allora ti ricordi che vale la pena vivere aggrappato ad un palo fatto di ansie mentre sotto di te scorre il fiume del tempo. Ecco, adesso è uno di quei momenti. Sono appena riuscito a strigare un nodo che mi si era bloccato tra l’occhio e l’orecchio destro, dentro il cervello. Non trovavo un aggettivo e invece non capivo che quello che mi mancava era una virgola.
L’istante in cui riesci a trovare un titolo che funziona è un momento magico. Quasi come quando ti accorgi che stai per baciare una tua compagna di classe per la prima volta. Non così tanto magico, ma quasi.
Una volta, per non perdere il momento, mi alzai dal letto tra gli insulti di colei che si è accaparrata il 75% del piumone, presi una matita e, siccome non trovavo né fogli, né telefonino per appuntarci sopra quella frase bellissima, scrissi il titolo sul comodino. Ci è rimasto alcuni mesi fino a che non mi decisi di cancellarlo. Tanto la campagna era già fuori.
Stanotte andrò a dormire con il sorriso sulle labbra. Domani andiamo in presentazione e già mi vedo il cliente davanti che mi dice: “Ma si togliesse quella virgola?”. E come faccio a spiegargli questa cosa del “momento magico”? “No! Non si toglie! Dovrai passare sul mio cadavere.” Sognare non costa nulla.
Buonanotte. Poi vi faccio sapere come è andata a finire.