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Il Palio co’ Santi? Straordinario!

Uno dei dolci dell’autunno a Siena è anche quello che, secondo me, è il dolce più buono di Siena. Tra poco, se Dio vuole, ci butteremo a capofitto verso la stagione più bella (quella dove le ansie del Palio sono archiviate), e mangeremo il pan co’ santi a manciate. Però, pare che quest’anno, insieme al pan co’ santi, ci sarà anche il Palio. E questo sarebbe davvero straordinario. Per me, l’ho già detto, con il pan co’ santi non c’è corsa. E’ meglio dei cavallucci, del panforte e dei ricciarelli; meglio di un bombolone, meglio delle frittelle del Savelli, meglio dei cenci (anche se c’è gente come me che di cenci non ne mangia uno da 26 anni). E’ qualche giorno che penso a come sarebbe mangiare il mio dolce preferito per la Cena della Prova Generale e allora ho ragionato su una cosa: non avevo mai pensato che fondamentalmente il Pan co’ santi e il Palio hanno gli stessi ingredienti e sono fatti della stessa pasta. Entrambi durano quattro giorni, entrambi sono contemporaneamente dolci e salati ma né il dolce, né il salato prevalgono. E se speri di trovare un pan co’ santi a garbo in un forno di Fucecchio, di Asti o Legnano, non c’hai capito niente.

C’è la farina, che siamo tutti noi senesi che riempiamo la piazza e ci impastiamo l’uno con l’altro, con l’acqua, che di solito per il Palio non manca mai (figuriamoci ad ottobre) impastando soprattutto sul finire della giornata. Come la farina siamo raffinati, alcuni integrali (anzi integralisti), qualche soggetto ha un cervello di tipo zero e qualcuno addirittura doppio zero. Ma senza farina, il pan co’ santi non si fa. E nemmeno il Palio. 

Poi ci sono le noci che sarebbero le Contrade e per fare un pan co’ santi ne servono almeno 10, perché senza le noci non è un pan co’ santi, è un’altra cosa, è al massimo una pagnotta con l’uvetta. L’uvetta sono i cavalli e i fantini: quelli li trovi anche ad Asti e a Legnano, basta pagare. 

Lo strutto sono i soldi. Tutti fanno finta che non ce ne sia bisogno, ma se vuoi che venga qualcosa di buono, lo strutto serve. E non è proprio grasso che cola, specialmente di questi tempi.

C’è il lievito, che è la capacità e l’intelligenza di parlarsi, tra contradaioli della solita contrada e tra contradaioli di contrade differenti, di confrontarsi, di crescere insieme, perché il nostro dolce ha una ricetta antica, ma se non la rinnovi ogni anno, il pane non cresce e il Palio resta un ciaccino duro come un sasso.

C’è lo zucchero, che è la nostra passione, c’è il sale della polemica e c’è il pepe della dissacrazione, che ti spinge ad amare anche l’idea folle di un Palio da cogliere insieme ai paonazzi.

E poi ci sarebbe il Comune, che è il fornaio che ha in mano tutti gli ingredienti e che ha il compito di non farli bruciare.

E i turisti, diranno i miei piccoli lettori? I turisti sono i canditi. 

Come? Nel pan co’ santi non ci sono i canditi? Vabbé, pazienza, ce ne faremo una ragione. Tanto mica c’abbiamo un albergo, no?

Del resto, se vuoi mangiare un dolce fuori stagione, se proprio non ce la fai a sfangare un’invernata per aspettare il cencio (che non è quello di carnevale con lo zucchero a velo sopra), se le noci non arrivano a dieci, se la farina non si assiema, se il fornaio sbaglia a gestire il forno e combina un arrosto, ci sono sempre i cantuccini, che sono da bosco e da riviera. Ecco, quelli a Fucecchio e a Castel del Piano ce li trovi sempre.

sparecchiavo

Generazione “sparecchiavo”

L’eco della dipartita stracondivisa di Gastone Moschin (che poi, andarsene a 88 anni dopo essere diventato un mito per tre generazioni, direi che possa andare) mi ha fatto ritornare a riflettere sugli innumerevoli spunti che il capolavoro di Monicelli ci ha lasciato in eredità. I capolavori dell’arte e della letteratura, da Omero in poi, hanno il pregio di essere universali ben oltre il tempo in cui sono stati creati. Amici Miei è un capolavoro perché disegna, con un coraggioso realismo, che per gli anni ’70 era rivoluzionario, maschere umane che si potranno ritrovare nel mondo da qui al prossimo Big Bang.
Ho pensato che forse la mia generazione di quarantenni è un po’ come la figliola del Mascetti: figlia di un genitore poco attento, poco presente ed egoista. Ci hanno fatto credere che, solo perché un nostro coetaneo fosse pronto a governare, fossimo a posto.
Invece no. Ci è toccato mandare al governo l’antipaticissimo figliolo del Perozzi, un fiorentino bravo solo lui a fare il temino che la maestra gli aveva imposto. Ci ha descritto come dei ritardati con partita iva, mettendoci sotto gli occhi le nostre miserie e ci ha deriso perché dobbiamo campare con un po’ di stracchino, un quartino di vino rosso e 18 olive di numero.
E quando ci hanno preso da dietro, ci hanno alzato la gonna e hanno fatto i loro comodi, nessuno ci ha difeso. Anzi! Ci hanno messo su un treno in corsa e ci hanno preso a schiaffi riempiendoci di supercazzole.

Noi probabilmente siamo un po’ tardi e duri a capire. Nessuno di noi vuole la colpa per essere stati usati e abbandonati. Noi siamo la generazione “sparecchiavo”. E forse ce lo meritiamo.

Il problema è che alle spalle ci siamo lasciati il nostro futuro.
E questo è molto più umiliante e doloroso di aver avuto sul collo l’alito pesante di Giovannone il Sottocuoco.

willy coyote

La mattina dopo il Palio (che non hai vinto)

La mattina dopo il Palio, se non hai vinto, ti alzi dal letto che ti sembra di essere venuto giù di botto dal Grand Canyon. La mattina dopo il Palio, quando non hai vinto, ti svegli con quell’astioso disprezzo per chi ce l’ha fatta che tu stesso ti vergogni a chiamare invidia. Ti sembra di essere finto sotto un rullo compressore, o che ti abbiano legato a un razzo che è esploso per aria, o che tu sia finito in una buca senza fine salutando il pubblico dopo essere rimasto mezzo secondo a galleggiare in aria.

Il giorno dopo il Palio è uno dei giorni più brutti dell’anno perché, come Willy Coyote, hai avuto una flebile speranza di riuscire a farcela ad acchiappare quell’uccellaccio con le nappe che fa Beep beep e che vorresti prendere per il collo e portare in Duomo. Ma la maggior parte delle volte, quell’uccellaccio prende una strada diversa da quella che ti eri immaginato.

L’unica cosa bella della mattina dopo il Palio che non hai vinto, è che sai che le puntate non sono finite e cominci già a pensare a quale marchingegno della ACME potrai usare la prossima volta per vedere se le cose vanno a finire in un’altra maniera. Perché mica sempre ti toccherà la parte di Willy Coyote!

E comunque, anche lui, ogni volta che sbatacchia il muso in fondo al canyon, mica si arrende! Magari sventolando un cartello “Help”, si rialza. E nella puntata successiva è lì, pronto a prendersi finalmente la sua rivincita su quell’uccellaciio che sembra messo lì apposta per prendersi gioco di lui.

Io mi sto preparando per la prossima puntata.

That’s all folks.

politica senese

La politica del “livellamento in basso”

La Politica è caduta in basso. Non ci sono più i “tromboni” di una volta (che a Siena non sono “quelli che se la credono”, ma quelli che si spera ci tocchino in sorte) e la superiorità, se c’è, è tutto tranne che manifesta.

Sono anni che ci dobbiamo accontentare di un livellamento in basso dei nostri politici, dal livello nazionale a quello locale. Sono anni che non “si salta” dopo un’elezione. Ci tocca fare il Palio con quello che ti danno. Si torna sempre a casa col capo basso, sperando che ti tocchi il meno peggio. Perché quando c’è un livellamento in basso, i troiai sono troiai veri. C’è quello che non vuole saperne di stare al canape e ti posta l’hashtag razzista su Facebook, quello che non vuole entrare se è di rincorsa e ti cambia idea al momento della votazione decisiva, quello che dopo due giri primo si dimette, quello che va a dritto a tutte le curve, quello che fa emorragia di voti, quello che sembra che tu ci possa fare una bella paliata ma poi, nella stalla, inizia a dimagrire e non ci ricavi più niente.

In Politica il livello basso non paga quasi mai. Perché, proprio come accade nel Palio, che per fare le metafore pare fatto apposta, alla fine “quello che vince” c’è sempre. L’unica differenza è che in un caso ti metti il ciuccio e ti diverti, nell’altro la poltrona la danno a lui. E poi te lo ciucci.

caramella

La caramella amara che non puoi sputare

Il dolore per la perdita di un amico è una caramella amara che non puoi sputare. Ci sono caramelle piccole e altre grandi come una pallina da ping pong, che non lasciano spazio a nessun altro sapore e che un dio pagano molto bastardo ha deciso di metterti in bocca, solo perché ne aveva voglia.
Una caramella di fiele, foderata di radicchio e impastata col cerume. Dura come un sasso.
Ti tocca tenerla lì, e tutto quello che provi a mettere in bocca, anche fosse miele, ti sembra amaro. E non c’è requie: giorno e notte hai l’amaro in bocca.
Ci sono alcuni che hanno la saliva più forte, forse più acida, e dopo un po’ di tempo, riescono ad ingoiarla. Altri che hanno una saliva più dolce e proprio non ce la fanno. Che vivono costantemente con la voglia di vomitarla. Ma quel dio bastardo ha deciso che deve restare lì.
E allora ci vuole pazienza. Che se non ce l’hai vorresti morire anche te.
E avresti voglia di masticarla, di romperla come fai con le caramelle di zucchero. Ma i tuoi denti sono denti che se schiacci forte si rompono. Io c’ho provato a romperla e ho perso tutti i molari. Allora ho cominciato a succhiarla, in silenzio, prendendola per sfinimento. Per farla ammorbidire. O almeno ci provo. Grattandole i bordi come il conte di Montecristo che, per uscire di galera ci provava con un cucchiaino. E a forza di succhiare cerco di isolare l’amaro dagli altri sapori che la vita mi propone. Vabbè, l’amaro prevale ma si comincia a risentire anche il salato, il frizzante, il piccante. Ci vuole tempo, non bisogna avere furia. Che via via, di caramelle amare più o meno grosse, ti toccherà risucchiarle. E se non ti abitui, ti dimentichi di quando eri un bambino e le caramelle che ti davano avevano solo un sapore dolce. Quello che le caramelle dovrebbero avere.

Siena, 1 giugno.

Obama

Barack & burattini

Alcune piccole premesse per chi dovesse leggere questo post:
1) non sono uno che ha la puzza sotto il naso, ma nemmeno uno con l’anello al naso
2) non sono radical, né tantomeno chic
3) forse, se fossi stato in città ieri, il mio filmino con Obama l’avrei postato anche io
4) voglio bene a Siena esattamente come voi, né più, né meno.
5) se venisse un Obama al giorno sarei più che felice

Bene, ora posso partire a scrivere.

Ho visto sui social un grande interesse tra i miei concittadini per l’arrivo di Obama a Siena. Bene. Mi ha ricordato l’arrivo di Carlo V salutato da folle festanti. Quindi mi giunge d’obbligo, per amor di metafora, provare a ragionare “alla senese” per cercare di spiegare quel che penso di Obama.

Obama è l’ex capitano di quella contradona che ci ha fatto fare da sgabello fin da quando nel ’44 ci fece togliere la cuffia. Che c’entra, è vero anche che nel ’44 si veniva fuori da un periodo nero e che negli ultimi due o tre anni ce ne avevano date come noci. Ê vero che ci pagarono il Palio e ci ricostruirono la società che ci avevano bombardato. Ci dettero fantino e rincorsa. Da allora siamo alleati ma il rinfresco glielo facciamo solo noi. Che c’entra, gli s’è mandato una manciata di delinquenti a vivere nel loro territorio che si sono anche organizzati e qualche volta sono entrati anche in Seggio. Però loro c’hanno messo le mattonelle e i braccialetti nelle nostre strade, quando ci sono le elezioni, la commissione elettorale sente anche loro. Una volta ci hanno fatto trovare un nostro ex priore in un bagagliaio e ci hanno tirato un missile nel palco per le prove. Ma non è sicuro che siano stati loro.
Ragazzi, non scherziamo, mica dico che la cuffia sarebbe stata meglio, o che sarebbe stato meglio essere sgabelli della loro avversaria. Però c’è toccato ingollare diversi fantini che facevano quello che conveniva a loro, specialmente il Gobbo Saragiolo. Ogni tanto c’hanno fatto vincere qualche prova, anche qualche Palio via via per farci credere che si stava bene. Però, diciamocelo, si voleva essere liberi di comandare e c’hanno soverchiato. E ce lo siamo anche fatto garbare.
Ieri è venuto l’ex capitano, quello simpatico, uno del popolino a giudicare dal colore. Infatti, come quelli del popolino, gioca a golf e fa una bella sottoscrizione.
Il capitano nòvo, invece, non mi garba per niente. Alle elezioni è passato male e gli si sono dimessi già un mangino e il vicebarbaresco. Ha fatto il capitano solo perché è pieno di quattrini. È uno che le spara grosse. Secondo me non arriva alla fine de mandato. Lo fanno dimette’ prima.
Almeno poi ritorna quello ganzo, che mangia la tagliata coi porcini del congelatore. E quando girano gli si riapre la chiesa e gli si spiega colle bandiere. Che tanto come bisogna fare il Palio ce lo spiega lui.

ciliegie

Le ciliegie e gli uccelli migratori

Non avendo alcun talento nello sport, il mio sport preferito è sempre stato quello di cercare metafore universali nelle piccole immagini del quotidiano. Passeggiando intorno agli alberi della casa in campagna, mi sono messo ad osservare il ciliegio, bello carico di bacche ancora verdi. Ho pensato ad alta voce: “quest’anno ne ha fatte una marea”. Mia madre ha subito stroncato il mio ottimismo, “dipende da quante ce ne lasceranno gli uccelli”.
Sì, perché ogni anno in questa stagione si combatte una battaglia senza esclusione di colpi (ma senza sparare) tra i miei genitori e stormi di merli, passeri, storni e pettirossi. Credo che Hitchcock si sia ispirato al mio orto quando ha girato “Gli uccelli”.
In questa lotta ci ho rivisto la vanità di chi affronta il tema dell’immigrazione con l’illusione di poterlo gestire e controllare a proprio uso e consumo, come se, solo per il fatto di essere nati qui, fossimo noi i padroni del ciliegio.

Ho quindi elaborato una serie di proposte per risolvere una volta per tutte la questione:

1. Partendo dal dato di fatto che il ciliegio è nostro, lo dice il catasto, chi vorrà mangiare le nostre ciliegie dovrà, per forza, passare il cancello e chiederci il permesso. Se i richiedenti arrivano dal cielo, almeno ci facciano la cortesia di arrivare alla spicciolata e non in gruppi superiori a 10. (Ad oggi questa proposta non è stata ascoltata)
2. Per gestire meglio i flussi, si richiede ai volatili di non arrivare tutti nello stesso periodo, quando le ciliegie sono mature, ma di organizzarsi in turni per coprire anche i mesi invernali e quelli estivi, quando le ciliegie non ci sono. (Ci è stato risposto con un fischiettio da un fringuello che aveva tanto il suono di una presa di culo)
3. Dal momento che abbiamo un vicino a destra e uno a sinistra della nostra proprietà, chiediamo ai confinanti di prendersi una parte degli uccelli sui propri ciliegi. Il vicino a sinistra ha detto che lui fa già la sua parte accogliendo stormi e passeri anche nell’albicocco. Quello nella proprietà a destra ha risposto segando il proprio ciliegio e ricavandone un posto auto.
4. Come soluzioni interne ci siamo organizzati in corvè di 6/8 ore per dissuadere i volatili dall’approdare sui nostri rami: mia madre ci parla chiedendo per favore di transitare oltre senza recare disturbo, mio padre ha caricato una raccolta di dvd sui rami sperando che i riflessi sui dischi impauriscano lo stormo. Io ho improvvisato una manifestazione supportata dalla lobby dei fruttivendoli che, temo, abbia dei conflitti di interesse notevoli.
5. Abbiamo pensato di dipingere con lo spray di verde tutte le ciliegie, in questo modo gli uccellini non capiranno che sono mature e noi potremo mangiarle perché siamo più furbi. Non siamo noi quelli dell’illuminismo? (Abbiamo successivamente scoperto che la vernice era tossica)
6. Abbiamo chiesto al Comune di Sovicille di farsi carico del problema perché non può essere mica il singolo, solo perché il suo orto è posizionato proprio dove passano i flussi migratori, a restare senza ciliegie tutti gli anni. Ci è stato risposto che ci stanno pensando ma le priorità sono altre.
7. Abbiamo preso la decisione di cogliere noi le ciliegie e inviare il 10% del raccolto dove gli uccelli hanno svernato, perché è giusto aiutarli a casa loro.
8. Ci sono dei vicini che ci fanno notare che alcuni uccelli si sono permessi di schifare le nostre ciliegie dando una beccata e buttandole in terra. Almeno mangiatele, perdio! Meglio se quelle marcite, tanto per voi che differenza fa?
9. Si è verificato il caso di un merlo che canta “ti mangio ciliegea, no pago affitto”. Mio padre si è subito informato di fosse è quell’imbecille.
10. Alla fine abbiamo fatto una riunione di famiglia dove abbiamo deliberato che a noi di ciliegie bastano due panieri. Ok agli uccelli, basta che tolgano da terra i noccioli.

Mi sono messo a guardare il ciliegio. E’ bellissimo. E penso che sia naturale che continuino a volarci sopra gli uccelli.

Fine della metafora.